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mercoledì 14 dicembre 2011

ANCHE PER IL REAL MADRID BARCA DI UN ALTRO PIANETA

Pubblicato su TS il 13 dicembre 2011


Il match-clou di serie A Roma-Juventus spostato a ieri sera e il clasico Real Madrid-Barcellona hanno indotto molti appassionati, anche italiani, a concentrare l’attenzione del week-end sugli altri campionati. Naturalmente tutti i riflettori erano puntati sul Bernabeu dove andava in scena l’eterna sfida della Liga e del calcio europeo. In questa stagione, l’abbiamo rimarcato in più di una occasione, il Real Madrid in campionato sembra avere più fame del Barcellona. Del resto i catalani sono reduci da un’interminabile serie di trofei vinti e non è per niente facile tenere sempre alte le motivazioni. Oltre tutto, adesso i blau-grana devono concentrarsi sull’impegno nel Mondiale per club, in occasione del quale tutti si aspettano l’ennesima vittoria della truppa di Guardiola. Non a caso, il Barcellona nella Liga, a parte la sconfitta subita, ha pareggiato diverse partite in cui la squadra è apparsa con la testa altrove. Per tutti questi motivi il clasico era ancora più atteso del solito. Molti si aspettavano finalmente un successo del Real. Invece è andata a finire come al solito. Di più. Il Barcellona è riuscito a vincere persino con partenza ad handicap. Una respinta dissennata di Valdes dopo pochi secondi dall’inizio, infatti, ha propiziato il vantaggio di Benzema. E’ sembrato un modo per dire: “ecco vi facciamo partire con un gol di vantaggio e vediamo se, almeno così, riuscite a vincere”. Macché. Subito lo svantaggio, Guardiola ha chiamato i suoi a tessere la solita rete sublime fatta di possesso di palla, circolazione della sfera, triangolazioni ed improvvise verticalizzazioni. Così grazie ad una grande accelerazione di Messi è arrivato il pareggio di Sanchez. Quindi, nella ripresa, un tiro beffardo di Xavi stava per insaccarsi alla destra di Casillas, prima di essere deviato da Marcelo per infilarsi dalla parte diametralmente opposta. Infine, è stato Fabregas a siglare il 3-1 dopo un servizio al bacio di Alves. In mezzo pochissimo Real Madrid, con un Cristiano Ronaldo in ombra e colpevole di aver fallito una buona occasione di testa. Alla fine lo spettatore neutrale ha potuto godersi il solito grande spettacolo ed è arrivato ad una conclusione: anche per una squadra fortissima come il Real Madrid – che a nostro avviso quest’anno almeno un trofeo importante lo porterà a casa – il Barcellona rimane una squadra di un altro pianeta.

Un altro campionato che quest’anno ha assunto un interesse supplementare per noi italiani è quello francese. Naturalmente il motivo è il nuovo Paris SG nel quale sono approdati Leonardo come dirigente, nonché Pastore e Menez come calciatori. Tra le altre cose, i parigini potrebbero diventare la destinazione di qualche altro calciatore della serie A, come ad esempio Borriello. Nell’ultima giornata la formazione attualmente diretta da Antoine Kombuaré – ma alle sue spalle c’è sempre l’ombra di Carlo Ancelotti – ha vinto una gara importante a Sochaux grazie ad un gol di Gameiro, originato da una bella discesa proprio di Pastore che era reduce da una serie di prove incolori. Va molto meglio a Menez che nella capitale francese (la sua città) sembra aver trovato una giusta dimensione. Continua a non segnare moltissime reti ma si sta segnalando sempre più come uomo-assist. Grazie a questa vittoria, il Paris SG è riuscito ad agganciare la vetta. Ha approfittato della sconfitta del Montpellier sul campo del Valenciennes. Le due squadre ora viaggiano appaiate. Alle loro spalle a soli due punti di distanza il Lille che, uscito dalla Champions League, adesso deve concentrarsi sul campionato. Nell’occasione s’è rilanciato grazie al franco successo sul Digione per 2-0. Nel giro scudetto resiste anche il Lione, a quattro punti dalla vetta. Nel week-end ha piazzato un colpo vincente a Lorient. Un’occhiata va data anche al Marsiglia di Didier Deschamps. La vicenda stagionale dei marsigliesi è molto simile a quella del Napoli. Non a caso le due città vengono spesso accostate. Deschamps sin dall’inizio ha preferito concentrarsi sulla Champions League e il rendimento in campionato ne ha risentito in maniera pesante. Attualmente il Marsiglia è solo ottavo ad undici punti dalla vetta. In compenso, è riuscita a centrare, sia pure in maniera avventurosa, una qualificazione agli ottavi della coppa più importante. Adesso si potrà concentrare sul difficile recupero in campionato. Ma anche entrare in zona Champions sarà piuttosto complicato.

Concludiamo con un pensiero per Luciano Spalletti. Nel campionato russo il suo Zenit è andato alla lunga pausa invernale con un cospicuo vantaggio sul CSKA che, con ogni probabilità, gli consentirà di bissare il successo della passata stagione. Non solo. Pareggiando ad Oporto ha anche centrato una storica qualificazione agli ottavi di Champions, cosa mai verificatasi nella storia del club pietroburghese. E’ assai probabile che, il prossimo giugno, il tecnico di Certaldo possa lasciare la Russia pieno di titoli, gloria e quattrini. Ci piacerebbe davvero molto rivederlo qui in Italia.

EURO 2012: GIRONE DIFFICILE MA ESALTANTE PER L’ITALIA

Pubblicato su TS il 6 dicembre 2011



Con i sorteggi svoltisi nella cerimonia di Kiev, Euro 2012 entra nella fase più calda, quella che porta direttamente all’inaugurazione della kermesse continentale. In questo momento è opportuna una breve riflessione su quella che sarà la composizione dei gironi. All’Italia non è che sia andata benissimo. Spagna, EIRE e Croazia rappresentano tre avversari nel complesso molto temibili. Probabilmente il nostro è anche il girone più interessante. Della Spagna sappiamo tutto. Definiti da sempre le “furie rosse”, per decenni gli spagnoli a livello di nazionale hanno vinto poco o nulla. Poi finalmente è arrivata questa generazione di giocatori fenomenali che hanno dato vita al Barcellona di Guardiola e hanno contribuito in maniera determinante alla resurrezione della Spagna capace di vincere, di seguito, un Europeo e un Mondiale. Difficile non considerare questa squadra la favorita numero uno, anche se nel calcio conta molto la cosiddetta “fame”. In questo senso potrebbero esserci nazionali ancora più motivate. A parte questo, uno dei motivi che possono indurre Prandelli e i suoi all’ottimismo sta il fatto che la nostra squadra tradizionalmente fa soffrire gli spagnoli. Insomma, per loro affrontarci non sarà facile. Certamente l’Italia è superiore a EIRE e Croazia ma, per motivi diversi, questi sono avversari ma tenere nella massima considerazione. Soprattutto gli irlandesi. Giovanni Trapattoni, già CT azzurro, conosce la nostra nazionale a menadito e sa come affrontarla per metterla in difficoltà. I verdi, inoltre, vivono questa partecipazione all’Europeo già come una grande soddisfazione e non avranno granché da perdere. Giocheranno senza blocchi mentali e comunque vada a finire festeggeranno. Per questo saranno ancora più pericolosi. Quanto alla Croazia, sarà la solita nazionale balcanica ricca di qualità tecnica. In passato forse è stata più forte rispetto ad oggi ma è sempre una squadra in grado di mettere in difficoltà chiunque. Detto questo, è abbastanza logico considerare Spagna e Italia nettamente favorite per i primi due posti, quelli utili per proseguire il cammino.

Il girone A è probabilmente quello meno affascinante, il più modesto sul piano tecnico. Al suo interno troviamo la Polonia, uno dei due paesi organizzatori. Ci sono state epoche in cui quella polacca è stata una nazionale di tutto rispetto. Ci riferiamo, evidentemente, a quelle del 1974 e nel 1982, capeggiate rispettivamente da Lato e Boniek, che ben figurarono ai Mondiali. Quella attuale è una squadra molto lontana sul piano della qualità. Tuttavia, come sempre accade quando si organizza il torneo, hanno imbastito una formazione sufficientemente competitiva che può immaginare il passaggio del primo turno. L’impresa non è impossibile. Le altre avversarie, infatti, sono tutte più o meno allo stesso livello. La Russia di Advocaat probabilmente è quella che si fa preferire, anche se, a parte Dzagoev, da qualche anno i russi non producono nuovi significativi talenti e restano ancora aggrappati ai soliti Zhirkov, Arshavin, Pogrebnjak e Kerzhakov. Inoltre, come sempre accade è del tutto imprevedibile la risposta dei giocatori russi. Potrebbero deludere tanto quanto sorprendere come fecero sotto la guida di Hiddink nella passata edizione. La Repubblica Ceca è meno competitiva rispetto al recente passato. Lo stesso si può dire della Grecia che è assai meno temibile della rocciosa formazione che si aggiudicò una mitica edizione dell’Europeo. Nel complesso si può ipotizzare un passaggio del turno da parte di Polonia e Russia.

Il girone B è quello più interessante assieme al nostro. La favorita numero uno naturalmente è la Germania. Le nuovi generazioni formate dai figli di immigrati hanno dato nuova linfa a questa nazionale che già ai Mondiali ha ben impressionato. La squadra è fresca, gioca bene, si diverte. Assieme alla Spagna è la candidata alla vittoria finale. Il secondo posto nel girone se lo giocheranno Portogallo e Olanda. I lusitani bisognerà vedere quanto dipenderanno dall’estro del formidabile Cristiano Ronaldo. L’Olanda è chiamata a ripetere l’eccellente performance in Sudafrica. Al momento il pronostico è pressoché impossibile. Quanto alla Danimarca, sembra essere destinata al ruolo di comparsa. Il girone D, infine, sembrerebbe appannaggio di Inghilterra e Francia. La nazionale di Capello è chiamata ad un acuto dopo tante speranze disattese. Quella di Blanc è in fase di ricostruzione e l’Europeo rappresenta un primo probante banco di prova. Un ruolo importante lo giocherà anche l’Ucraina, altro paese organizzatore. Tuttavia, la formazione ex sovietica è sensibilmente inferiore rispetto a quella, guidata da Blokhin, eliminata dall’Italia in Germania nel 2006. Proverà a non sfigurare ma passare il turno sarà molto difficile. Quanto alla Svezia di Ibrahimovic, partirà a fari spenti nella speranza di rappresentare una degna sorpresa.

martedì 29 novembre 2011

PER LO SCUDETTO È MILAN-JUVENTUS

Pubblicato su TS il 29 novembre 2011


I sogni dei tifosi della Juventus si stanno trasformando in realtà. I supporter delle altre squadre che aspirano al titolo, di conseguenza, cominciano a preoccuparsi per davvero. Perché un fatto ormai è chiaro: i bianconeri fanno davvero sul serio. Superato abbondantemente il quarto di campionato, la Juventus è ancora imbattuta e non mostra alcun cenno di cedimento. Fa risultato indifferentemente con le piccole e le grandi squadre. Sa che per vincere occorre dare fondo a tutte le energie disponibili in ogni match e lo fa. All’Olimpico contro la Lazio ha vinto una partita di quelle che solo le grandi squadre riescono a portare a casa. Impegnata in un confronto molto equilibrato, ha saputo mettere a frutto le situazioni capitategli e ha portato a casa un risultato assai prezioso. A questo punto, potrebbe anche permettersi di perdere il recupero col Napoli e la sua situazione di classifica resterebbe eccellente. Dovesse vincerlo, poi, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria fuga. Pur considerandolo un bravo tecnico, non ho mai pensato che Antonio Conte fosse un fenomeno della panchina. Di fronte ai risultati e al modo con cui li sta ottenendo, però, gli faccio tanto di cappello. Molti colleghi hanno sprecato pagine e pagine, la scorsa estate, per documentare come il nuovo allenatore si preparasse a lanciare una squadra a trazione offensiva, all’insegna dello spregiudicato 4-2-4. Magari Conte avrà anche sperato nel suo intimo di proporre davvero questa rivoluzione tattica, anche perché alle brutte quel modulo avrebbe potuto trasformarsi facilmente nel più canonico 4-4-2. Dopo le prime indicazioni estive e le prime di campionato, però, Conte ha capito che non era aria e, da persona intelligente quale ha dimostrato di essere, ha adattato le sue esigenze tattiche alle caratteristiche dei giocatori a disposizione. Ogni allenatore degno di questo dovrebbe farlo. La società gli ha preso Pirlo e attorno a lui ha costruito il centrocampo e tutto il processo creativo che porta alla produzione del gioco. Di conseguenza, li davanti ha dimostrato di poter giocare indifferentemente con una, due o addirittura tre punte, senza per questo mettere a rischio l’equilibrio tattico della squadra. Al di là di questo, una cosa ha sempre preteso dai suoi giocatori e l’ha ottenuta: l’impegno dal primo all’ultimo minuto. La Juventus è una squadra che gioca con la grinta e la determinazione di una provinciale. A volte sembra proprio cattiva. Complimenti davvero. Nessuno può dire se la Juventus vincerà lo scudetto, ma certamente al momento è la squadra più credibile come anti-Milan. Se poi alla fine il titolo dovesse arrivare, se a maggio la Juventus sarà stata per tutta la stagione quella che abbiamo visto sinora, sarebbe un successo ampiamente meritato.

Che sia il Milan, comunque, la squadra favorita non c’è alcun dubbio. All’inizio della stagione i rossoneri hanno avuto un passaggio a vuoto, determinato soprattutto da una scarsa tenuta atletica. Adesso la squadra marcia con regolarità e sicurezza. Di solito vince e lo fa non molti gol. Non inganni la sconfitta di Champions contro il Barcellona. La squadra più forte del mondo a S.Siro per vincere ha dovuto faticare e comunque il Milan le ha inflitto quattro reti in due partite. Una cosa non da tutti. Non ho dubbi che da un momento all’altro i rossoneri si riprenderanno la vetta della classifica. Sono la squadra tecnicamente più forte, quella più collaudata e abituata a vincere.

Tutte le altre sembrano lontane, indipendentemente dalla posizione in classifica, dalla prospettiva scudetto. Il Napoli ha perso moltissimi punti per inseguire il sogno della Champions. L’impressione è che quando deciderà finalmente di concentrarsi sul campionato il distacco dalla vetta sarà troppo grande per rientrare nel giro che conta. Lazio e Udinese, dal canto loro, anche se sembrano attrezzate per fare un campionato di vertice non hanno sufficiente qualità, a mio avviso, per vincere. La Lazio contro la Juventus avrebbe meritato il pareggio ma sta di fatto che quando gioca in casa ed è obbligata a fare la partita manifesta qualche problema di troppo. Una pecca grave per chi vuole vincere lo scudetto. Anche se non è detto che debba compromettere obiettivi comunque di primo piano come la Champions. L’Udinese ha vinto contro la Roma e credo resisterà in alto fino alla fine, ma credo che col tempo i suoi reali valori la porteranno dove deve stare: tra il terzo e il sesto posto. Chi, invece, è risultata bocciata, forse definitivamente, è la Roma. Dopo le due vittorie consecutive contro Novara e Lecce, era chiamata a dare continuità ai risultati, approfittando anche di un’Udinese un po’ in calo sul piano atletico. In una gara equilibrata, alla lunga una squadra di rango avrebbe dato quel qualcosa in più e vinto. A farlo, invece, è stata l’Udinese e la Roma ne è uscita con le ossa rotte. In tutti i sensi, visto che ora, dopo Burdisso, dovrà fare a meno anche di Kjaer. Assenze che la sua rosa non può permettersi. Qualcosa ha recuperato l’Inter vincendo a Siena ma è ormai troppo lontana dal vertice. La sensazione è che possa lottare al massimo per il terzo posto. Ma anche per questo servirà l’impresa.

mercoledì 16 novembre 2011

CON MOGGI CONDANNATA LA STRATEGIA DI ANDREA AGNELLI

Pubblicato su TS il 15 novembre 2011



Pur essendo un giornalista che crede profondamente nel legame tra etica e sport, non provo alcun tipo di soddisfazione per la condanna penale di Luciano Moggi e degli altri personaggi coinvolti in Calciopoli. Hanno rappresentato e molti rappresentano ancora pezzi importanti del nostro calcio e il fatto che un tribunale li abbia considerati colpevoli rappresenta una ferita molto grave per il nostro movimento. Ci vorrà tempo per rimarginarla. Quindi, non c’è niente da festeggiare.

Tuttavia, la sentenza di Napoli ha un’importanza fondamentale perché in sostanza conferma, con tempi, approcci e procedimenti differenti, le decisioni prese a suo tempo dalla giustizia sportiva. Quest’ultima è stata molto criticata, accusata di eccessiva rapidità, superficialità, scarsa equità. Alcune critiche erano anche giustificate, sebbene gli organi federali siano costretti a pronunciarsi in tempi ristretti. Tuttavia, ad oggi, la verità stabilità dalla giustizia sportiva è stata confermata dal processo napoletano. Ossia che è esistito un gruppo di potere che ha pesantemente condizionato alcuni campionati di serie A, orientandone in maniera fraudolenta gli esiti sportivi. Anche i giudici, dunque, hanno dato conforto alla sensazione che avevo avuto, a suo tempo, nel leggere l’intero corpo di intercettazioni su cui si basava l’inchiesta “Off-side”. Quella, cioè, di trovarmi di fronte ad una delle situazioni più vergognose ed intollerabili che il nostro calcio avesse mai vissuto. E’ vero, non tutti i protagonisti della sporca vicenda sono stati puniti. Nel corso del dibattimento gli avvocati di Moggi hanno dimostrato, intercettazioni alla mano, che esisteva anche un coinvolgimento dell’Inter. Di questo, all’ex direttore generale della Juventus dobbiamo essere grati. In questo senso, è vergognoso e intollerabile che la prescrizione sia intervenuta per salvare la posizione di Moratti e del club nerazzurro. Questo però non autorizza nessuno a sostenere la tesi “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Intanto, perché è da dimostrare che, a parte l’Inter, siano stati coinvolti altri club. Poi, perché quand’anche si riuscisse a dimostrarlo, significherebbe solo che dovrebbe allargarsi la schiera di quelli che avrebbero dovuto essere puniti. Per adesso sappiamo che gran parte di loro sono stati individuati e sanzionati. Sia dalla giustizia sportiva (definitivamente), sia da quella penale (primo grado). Questo è sufficiente a dare sostegno a un mio vecchio desiderio: chi si è reso protagonista di certi comportamenti deve essere emarginato dal nostro calcio. Ancor più deve essere spazzato via un certo modo di gestire e di intendere il calcio, erigendo un cordone sanitario che faccia sì che certe intollerabili truffe non si ripetano mai più.

Di fronte alla sentenza di Napoli non si può non dare un giudizio sulle mosse di Andrea Agnelli. Questa sentenza, a mio avviso, rappresenta un colpo mortale alla sua strategia. Sappiamo tutti che in caso di assoluzione di Moggi lui e i suoi avvocati l’avrebbero cavalcata per sostenere la tesi che la Juventus non ha fatto nulla per meritare la revoca dei titoli conquistati. Questa intenzione era stata anticipata in ogni sede e circostanza. Ora la Juventus ci fa sapere che la sua posizione è assolutamente estranea a quella di Moggi. No, così non va. Quando Agnelli pretende per la Juventus pari trattamento rispetto alle altre ha ragione. Si adoperi, allora, per organizzare una campagna stampa per indurre Moratti e l’Inter a rinunciare alla prescrizione e a farsi processare come tutti gli altri. Ma insistere sulla restituzione dei titoli tolti alla Juve è un errore madornale. Ricordi che il creatore della Triade fu suo padre Umberto. Fu lui ad affidare la gestione manageriale a Giraudo e a volere Moggi. Ebbene Giraudo ha patteggiato la pena, dunque ha ammesso le proprie responsabilità. Moggi è stato condannato in primo grado. Chi li ha voluti non può pretendere ora di negare le proprie responsabilità. Qualcosa di illegale è stato compiuto. La giustizia sportiva e quella penale lo hanno stabilito. Se in giro c’è qualche impunito, Agnelli si lamenti, protesti, saremo con lui. Ma la Juventus ha sbagliato e giustamente e duramente ha pagato. La storia finisca qua. Si dedichi alla costruzione di una squadra vincente. I risultati di questo campionato dimostrano che forse è sulla strada giusta per tornare a vincere. In maniera pulita. E dimentichi per sempre quei due titoli maledetti. Scudetti che andrebbero buttati nella pattumiera per sempre e che nessuno dovrebbe andare orgoglioso di cucirsele sul petto.

mercoledì 9 novembre 2011

IL CAMPIONATO SALUTA IL RITORNO DEL MILAN

Pubblicato su TS l'8 novembre 2011

La giornata di campionato alla fine è risultata monca a causa dei rinvii di Genoa-Inter e Napoli-Juventus. Naturalmente in questi momenti il calcio è l’ultima delle nostre preoccupazioni e da queste colonne voglio manifestare anch’io la totale vicinanza alle popolazioni colpite dai recenti alluvioni, in particolare Genova e la Liguria intera. Il nostro mestiere, però, è quello di analizzare quello che accade nel nostro sport più amato e va detto che la mancata disputa delle due gare in oggetto ha obiettivamente ridimensionato l’interesse di una giornata che si annunciava, invece, particolarmente interessante.
Sugli scudi continuano a rimanere Udinese e Lazio. Avevamo previsto che queste due eccellenti formazioni non rappresentavano un fuoco di paglia. I fatti stanno confermando questo punto di vista. I friulani, quando possono usufruire della vena realizzativa di Totò Di Natale, non sbagliano un colpo. Hanno steccato solo a Napoli e, guarda caso, mancava proprio il loro uomo più rappresentativo. Non inganni il fatto che il Siena sia stato piegato solo di misura. Quella toscana è una delle piccole realtà più interessanti di questo scorcio di campionato e batterla non è stato per niente banale. I complimenti vanno estesi anche alla Lazio. Magari contro il Parma ci si poteva aspettare anche un successo più agevole. Però i ragazzi di Reja all’Olimpico avevano evidenziato qualche difficoltà di troppo e già essersi assicurati i tre punti è stato un bel traguardo. La squadra sembra ormai maturata ed ha la straordinaria capacità di ottimizzare gli sforzi. La Lazio, per dire, ha segnato solo sedici reti in dieci partite eppure s’è portata a casa ventuno punti. Io non credo che l’Udinese o la Lazio possano vincere il titolo. Tuttavia, hanno tutte le carte in regola per lottare fino alla fine per un posto nell’Europa che conta.
Intanto, senza particolari clamori, il Milan sta progressivamente tornando al suo posto. Il Catania di Montella gioca un buon calcio ed ha raccolto un numero di punti tutt’altro che disprezzabile. Eppure a S.Siro è stato travolto. Anche questo risultato non era per niente scontato, almeno per l’entità. Era lecito aspettarsi che, dopo il caso Gattuso, la scoperta che Antonio Cassano ha subito un leggero ictus a causa di una malformazione al cuore, scuotesse notevolmente l’ambiente rossonero. Così, infatti, è avvenuto. Tuttavia, la squadra ha reagito nella maniera giusta, come solo le squadre di grande personalità riescono a fare. Certo, per l’immediato futuro la dirigenza dovrà trovare un’alternativa a Cassano. Per il momento, l’attuale potenziale sembra essere ampiamente sufficiente per consentire al Milan di difendere il titolo con concrete possibilità di bissare il successo della passata stagione.
Nel rinviare l’analisi relativa ad altre squadre di vertice come Juventus, Napoli e Inter, un discorso a parte merita la Roma. Dopo il tonfo casalingo contro il Milan, tutto l’ambiente romanista attendeva con viva preoccupazione la trasferta di Novara. Sul sintetico del “Piola” per circa un’ora, soprattutto nel primo tempo, s’è vista una squadra brutta, noiosa, senza idee e priva di qualsiasi schema offensivo degno di questo nome. A tutto questo si sono aggiunte anche le solite difficoltà difensive, aggravate dalla decisione di Luis Enrique di stupire ancora una volta inserendo Cassetti centrale e Taddei terzino sinistro. Poi, finalmente il tecnico asturiano ha azzeccato una mossa: inserire Bojan in avanti, arretrando Lamela sulla linea della trequarti. Da quel momento la squadra s’è sbloccata, realizzando due gol e producendo un certo gioco offensivo. Alla fine è arrivata la vittoria, ma non va dimenticata una parata determinante di Stekelenburg e un palo colpito dal Novara. La sensazione è che la bravura dei singoli sia riuscita ad ovviare a certe scelte cervellotiche del tecnico che a lungo hanno frenato la squadra. Questo successo è di fondamentale importanza. Adesso a Trigoria potranno lavorare tranquilli per due settimane, in attesa di un altro incontro potenzialmente favorevole, come quello col Lecce all’Olimpico. In questo periodo anche Luis Enrique farà bene a riflettere su certe sue scelte. Non sono solo i giocatori a dover dare di più. Anche al tecnico si chiede di fare meglio. Molto meglio.

Portogallo: occhio alla Bosnia di Dzeko e Pjanic

Pubblicato su www.betpress.it l'8 novembre 2011

La prima fase di Euro 2012 è giunta al suo momento finale. L’ultimo atto della campagna di qualificazioni è rappresentato dagli spareggi che decreteranno i nomi delle ultime quattro nazionali ammesse alla fase finale. A differenza di altre occasioni, va detto che stavolta forse mancano partite di particolare livello, anche se, a parte l’eccezione di Estonia-EIRE, c’è molto equilibrio.
Per certi versi la gara più interessante può essere considerata Bosnia-Portogallo. I lusitani, come spesso gli accade, nel corso delle qualificazioni hanno perso più volte l’occasione di chiudere anzitempo il conto. Adesso, pur essendo dotati di un potenziale ragguardevole, rappresentato soprattutto dalla classe straordinaria di Cristiano Ronaldo, sono costretti a questo sforzo supplementare. Certo, il blasone dice Portogallo. Ma la Bosnia è un avversario molto pericoloso. Nel suo girone ha messo paura alla Francia e possiede una qualità tecnica complessiva molto buona. E’ sufficiente fare due nomi. Pjanic, il centrocampista talentuoso su cui sta puntando la Roma, e Dzeko, bomber prolifico e implacabile del Manchester City di Roberto Mancini. La nostra sensazione è che al Portogallo non basterà fare risultato in Bosnia. Dovrà comunque giocarsi la qualificazione in casa, stando attento anche.
Un certo interesse ce l’ha anche Turchia-Croazia. I turchi sono un po’ in calo rispetto ai loro standard storicamente migliori. Quanto alla Croazia, ha sperato fino all’ultimo di poter finire prima nel suo girone, poi ha dovuto cedere il passo alla Grecia. I croati in passato avevano maggiore talento in nazionale, ma restano una squadra di livello. A nostro avviso sono favoriti. Potrebbero pareggiare in Turchia e poi risolvere tutto a Zagabria.
Decisamente favorita la Repubblica Ceca sul Montenegro, nazionale che comunque ha impegnato a fondo l’Inghilterra nei gironi. Quanto alla sorpresa Estonia, il pronostico per lei contro l’Irlanda di Trapattoni è sostanzialmente chiuso. Il fatto di giocare la prima in casa non aiuta.

mercoledì 26 ottobre 2011

TUTTI I MERITI DELL’UDINESE

Pubblicato su TS il 24 ottobre 2011


Ancora una volta mi fa piacere indirizzare da queste colonne i miei complimenti all’Udinese. Col passare del tempo le grandi torneranno dove devono stare. Intanto, però, sono i friulani a godersi il primato solitario in classifica. Le loro cifre fanno impressione. In sette gare hanno vinto quattro volte e pareggiato tre, segnando dieci reti e subendone appena una! Solo la Juventus è riuscita sinora a restare imbattuta come loro. Rispetto alla passata stagione, poi, Guidolin sembra aver dato alla squadra un’impostazione più solida in difesa, magari a scapito della prolificità dell’attacco. I risultati sono gli stessi: eccellenti. Prima o poi bisognerà riconoscere a questo allenatore i giusti meriti. A mio avviso è dotato di un tipo di carattere che non lo rende particolarmente adatto ai nostri grandi club, così sovraesposti sul piano mediatico. Nelle realtà di livello medio-alto, invece, ha la possibilità di mostrare tutte le proprie capacità. Guidolin è un tecnico serio, meticoloso, preparato, capace anche di invenzioni tattiche per niente banali. Ha saputo rimaneggiare la squadra dopo la partenza di Sanchez rendendola magari meno brillante ma forse anche più efficace. Il resto lo fa un ambiente, quello di Udine, ideale per lavorare in tranquillità e la società dei Pozzo, maghi nella valorizzazione di giovani talenti. L’Udinese probabilmente non vincerà lo scudetto. Ma merita sin d’ora i più vivi complimenti per come lavorano giocatori, staff tecnico e management.
Intanto, sia pure tra mille difficoltà e contraddizioni, le grandi vanno riprendendosi. L’Inter ha bissato il successo per 1-0 di Lille superando, con identico punteggio, anche il Chievo. Il successo nerazzurro è stato meritato, i veronesi hanno fatto troppo poco per poterlo mettere in discussione. Ha deciso un bel gol di Thiago Motta, in una gara che ha visto in Maicon l’uomo più vivace e pericoloso. Col recupero degli infortunati e il ritorno ad alti livelli dei suoi giocatori più rappresentativi, Claudio Ranieri dovrebbe riuscire a rilanciare le ambizioni degli ex campioni d’Italia. Non so dire se l’Inter potrà davvero lottare per il titolo, ma per uno dei primi tre posti si. Al limite dello sconcertante il modo con cui il Milan è riuscito ad espugnare il campo del Lecce. I salentini avevano disputato un grande primo tempo, chiudendo sul 3-0 anche grazie al parziale turn-over operato da Allegri. Nella ripresa, con l’innesto di Aquilani, il Milan s’è scatenato. O meglio, s’è scatenato Boateng che ha tirato due siluri e poi ha corretto sottomisura un pallone in mischia per l’incredibile 3-3. Il gol del successo di Yepes è arrivato quasi per inerzia. Adesso i rossoneri sono a quattro punti dal vertice, una situazione che consente loro di gestire il doppio impegno Champions e campionato con relativa tranquillità. Ha rifiatato anche la Roma che, dopo il KO nel derby, rischiava grosso. Invece ha battuto il Palermo, sia pure senza convincere fino in fondo. La situazione dei giallorossi, però, è diversa da quella del Milan. I campioni in carica sono squadra molto collaudata. Deve solo amministrare le energie. La Roma, invece, appare ancora un cantiere aperto. Al di là della sua classifica, che lascia aperte le porte alle migliori prospettive, Luis Enrique e compagni dovranno trovare un assetto definitivo prima di capire quali possono essere le loro reali ambizioni.
Tra le grandi tiene sempre botta la Juventus che, come abbiamo visto, è rimasta imbattuta. Tuttavia, il pareggio interno contro un buon Genoa ha confermato la mia impressione della prima ora. I bianconeri non sembrano attrezzati per vincere il titolo. L’unico in grado davvero di accendere la luce è Pirlo. Però non è più un ragazzino. In attacco Vucinic ancora non riesce ad incidere, mentre Del Piero è stato praticamente messo fuori dal progetto. Poi ci sono i casi irrisolti come quello di Krasic, passato in poco tempo da uno dei migliori esterni in Europa a calciatore indecifrabile. La sensazione è che se non ci fosse Antonio Conte a fare da martello pneumatico nel motivare i giocatori, la posizione in classifica sarebbe assai meno lusinghiera. Qualche difficoltà l’ha palesata anche il Napoli, qui però il discorso è più chiaro. De Laurentiis punta chiaramente al passaggio della fase a gironi di Champions e, di comune accordo con Mazzarri, ha già messo in preventivo di perdere qualche punto in questo periodo della stagione per provare a recuperare poi in primavera. Un rischio calcolato.
Una grande, infine, va considerata ormai anche la Lazio. A Bologna ha centrato l’ennesimo successo esterno e ora si colloca da sola alle spalle dell’Udinese. Una cosa appare chiara. Se Reja potrà contare stabilmente sull’undici titolare, soprattutto sulla coppia d’attacco formata da Klose e Cissé, nessun traguardo è precluso ai biancocelesti che potrebbero rappresentare per questo campionato quello che è stato il Napoli nella passata stagione.

martedì 18 ottobre 2011

NAPOLI CERCA L’IMPRESA L’INTER RISCHIA A LILLE

Pubblicato su TS il 18 ottobre 2011



La serie A s’è abbandonata ad una interminabile serie di 0-0, facendo la felicità postuma del grande Gianni Brera, teorico di questo risultato. Non siamo così sicuri, però, che il grande maestro sarebbe stato granché persuaso del livello tecnico del nostro campionato, nel quale le cosiddette grandi sembrano fare a gara per stare lontane dallo scudetto. Così non ci resta che rituffarci finalmente nella Champions League, l’unica competizione che, sul piano tecnico e dello spettacolo, non delude praticamente mai.

Le nostre formazioni, dopo un turno favorevole, sono delle osservate speciali. Si tratta di capire se, a dispetto dell’andamento in campionato, continueranno a fare bene in Europa. Naturalmente la gara più attesa è quella del San Paolo tra Napoli e Bayern. Ormai credo abbiano capito tutti che, almeno finché durerà la fase a gironi, i partenopei concentreranno le proprie energie sulla coppa, a spese del campionato. Al di là della questione del turn-over, appare chiaro che il Napoli alla vigilia dell’impegno internazionale molla la presa e punta a risparmiare energie. D’altra parte il confronto con i tedeschi è fondamentale. I ragazzi di Mazzarri hanno sinora ottenuto due ottimi risultati e sono pienamente in gioco. La corsa dovranno farla sul Manchester City e in questo senso non possono perdere colpi. Al cospetto di una delle squadre più forti del mondo saranno chiamati a disputare una gara con la consueta intensità, puntando a fare risultato. Anche un pareggio potrebbe andare bene. In fondo il Bayern ha una difesa quasi impenetrabile e la divisione della posta non sarebbe esito disdicevole. Anche dal punto di vista dei tedeschi questo risultato non sarebbe da disprezzare, anche perché consentirebbe loro di conservare sia l’imbattibilità che la testa della classifica nel girone. Oltre al risultato c’è anche da verificare il livello di maturazione raggiunto dal progetto di De Laurentiis. A Manchester la risposta è stata importante. Dovesse ripetersi contro il Bayern, il Napoli dimostrerebbe di poter ben figurare anche di fronte ad avversari di primissimo livello.

Anche il Milan può guardare all’impegno europeo con un certo ottimismo. Intanto perché avendo pareggiato a Barcellona ed essendo i catalani l’unico avversario credibile, possiamo dire che sono già sulla strada buona per raggiungere i quarti. Inoltre, in campionato i rossoneri hanno finalmente battuto un colpo, superando nettamente il Palermo. Il morale è salito e il BATE Borisov non rappresenta certo un avversario particolarmente credibile sul piano tecnico. Dal Milan, dunque, ci si aspetta un contributo di tre punti alla causa italiana. Assai complicata, invece, è la situazione dell’Inter. L’arrivo di Ranieri sembrava aver riportato nell’ambiente nerazzurro un po’ di serenità e di normalità dopo l’esperimento abortito di Gasperini. Invece sono arrivate le brutte sconfitte contro Napoli e Catania che hanno reso oltre modo complicata la situazione in campionato. Il ruolino dell’Inter è davvero pessimo, tale da richiamare le peggiori annate della sua storia. La Champions League, per certi versi, arriva al momento giusto. Un buon risultato sul campo del Lille potrebbe rappresentare una importante iniezione di fiducia. Solo che i francesi non sono per niente un avversario comodo. Se l’Inter scenderà in campo con determinazione e rispolverando i suoi migliori numeri sul piano tecnico, può anche immaginare di realizzare l’impresa. Se la squadra, invece, sarà quella vista nel secondo tempo di Catania, allora i tifosi nerazzurri dovranno prepararsi ad un’altra amara delusione.

Passando alle altre squadre, nel gruppo del Napoli è attesa la vittoria del Manchester City sul Villarreal. In quello dell’Inter vedo un successo del CSKA sul Trabzonspor. Nel girone C il Manchester United, che sinora è andato avanti col freno a mano inserito, deve puntare al primo successo sul terreno dell’Otelul. Interessante confronto nel girone D tra Real Madrid e Lione, ormai un classico degli ultimi anni. Naturalmente la squadra di Mourinho ha tutti i favori del pronostico ma qualche volta i francesi al Real sono risultati indigesti. Interessanti match sono Leverkusen-Valencia nel girone E e Marsiglia-Arsenal nell’F. Nel girone G suona già come uno spareggio il confronto diretto tra ex sovietiche Shakhtar-Zenit, mentre nel girone del Milan si attende la solita goleada del Barcellona contro il Viktoria.

lunedì 10 ottobre 2011

PER ORA IL NAPOLI NON PAGA LA CHAMPIONS

Pubblicato su TS il 7 ottobre 2011

Il Napoli è un paradosso. A sentire le dichiarazioni del suo presidente Aurelio De Laurentiis, in questa stagione la squadra deve lavorare soprattutto per imporre la sua dimensione internazionale. Napoli, dice il noto produttore cinematografico italiano, è una delle città più famose del mondo e il posto della sua squadra deve essere il mondo, più che l’Italia. Non a caso a chi gli chiede se lui preferisca vincere il campionato oppure la Champions non ha dubbi: vorrebbe la coppa. Anche per questo, non avendo i partenopei una rosa paragonabile ai grandi club d’Europa, tutti gli osservatori avevano previsto delle difficoltà per il Napoli in campionato. Io compreso. Non a caso, in occasione della trasferta contro il Chievo il tecnico Walter Mazzarri aveva praticato un ampio turn-over e la squadra aveva perso. Molti pensavano che la cosa si sarebbe ripetuta a S.Siro contro l’Inter. Il convincente successo ottenuto in Europa contro il Villarreal, seguito all’eccellente prestazione di Manchester contro il City, aveva fatto una vittima eccellente: Edison Cavani. Si credeva che contro un’Inter in ripresa, messa a posto da Ranieri, un Napoli stanco potesse andare in difficoltà. Ed ecco il paradosso. Nonostante tutto, tossine accumulate in Europa e infortuni, i partenopei sono andati a Milano e hanno battuto l’Inter dopo ben diciassette anni! Hanno vinto nettamente, così come era già successo contro il Milan, altra diretta concorrente per il titolo. Certo, sabato sera una mano gliel’ha data anche Rocchi con la concessione del rigore per un fallo di Obi iniziato fuori area. Ma il Napoli è sempre stato in partita e quando ha potuto sfruttare la superiorità numerica per l’espulsione dell’interista non ha avuto alcuna pietà.
Qual è, dunque, il segreto di questo Napoli che vince sia in Europa che in Italia? Il primo è la società. De Laurentiis ha preso il Napoli in serie C1 e, anno dopo anno, è riuscito a costruire una squadra sempre più forte, migliorandola ogni stagione evitando rivoluzioni e cessioni eccellenti. Poi c’è Mazzarri. Se questo allenatore non è mai stato esonerato e non ha mai fallito una sola stagione in tutta la sua carriera un motivo ci deve essere. E’ un motivatore eccezionale, un vero martello pneumatico. Pretende dai suoi sempre il massimo. Rimane nella tradizione del calcio all’italiana, ma la interpreta in chiave moderna con grande intensità di gioco e verticalizzazioni. Il suo Napoli gioca in trasferta con la stessa volontà, disinvoltura e sicurezza che sfoggia davanti ai 70 mila del San Paolo. Solo le grandi squadre riescono a farlo. E’ presto per dire quanto potrà vincere questo Napoli. Certo sentendo le dichiarazioni ufficiali di De Laurentiis e Mazzarri io mi sono fatto questa idea. Il Napoli proverà con tutte le forze a superare la fase a gironi della Champions. Anche se in seguito dovesse fermarsi agli ottavi, porterebbe in dote ai cassieri del club una ventina di milioni di euro. Il resto sarà un di più. A quel punto, tra febbraio e marzo, se la squadra risulterà ancora aggrappata al gruppo di vertice, si giocherà tutte le possibilità di lottare per il titolo fino alla fine. Al termine della stagione potrà anche non vincere nulla. Ma se questo piano dovesse riuscire il Napoli avrà fatto definitivamente l’ingresso nelle grandi d’Europa e, di conseguenza, d’Italia.

venerdì 30 settembre 2011

IL MESTIERE DIFFICILE DELL’ALLENATORE

Pubblicato su TS il 27 settembre 2011



In Italia, più che in altre parti del mondo, fare l’allenatore è difficile. Vanno bene gli schemi, le filosofie di gioco, lo spettacolo e tutto il resto, ma poi se non arrivano subito i risultati sono guai. Al di là del fatto che sia un bene o un male, questa è la realtà. Due storie recenti testimoniano questo fatto. Ci riferiamo a Claudio Ranieri e Luis Enrique.
Gasperini all’Inter ha fallito. Colpa sua? Si, ma solo in parte. La dirigenza nerazzurra era stata ampiamente informata dal nuovo allenatore sul progetto tecnico-tattico che intendeva portare avanti. Eppure, si è guardata bene dal fargli una campagna acquisti in linea con le sue esigenze. Non solo. Quando si sono manifestati i primi problemi, non l’ha sostenuto abbastanza lasciandolo solo di fronte alla critica e all’irritazione dei tifosi. La fine era già scritta. Moratti si è affidato a Claudio Ranieri, egli stesso autodefinitosi un “aggiustatore”. Strano destino quello del tecnico romano. Non ha mai avuto a disposizione squadre veramente in grado di vincere scudetti e coppe. Non lo era il suo primo Valencia, quello che con ritocchi di qualità Benitez portò successivamente alla vittoria della Liga. Non lo era il primo Chelsea di Abramovich. Molti hanno ormai dimenticato che quando Ranieri arrivò a Londra la società non aveva una sterlina in cassa e solo con la cessione del club al magnate russo si cominciarono a vedere i primi campioni. E’ vero, il Chelsea vinse solo dopo l’arrivo di Mourinho, ma la campagna acquisti faraonica di cui godette il portoghese Ranieri non riuscì a sognarla nemmeno nelle sue notti più felici. Vogliamo, poi, parlare della Juventus? Arrivò a Torino, gli chiesero di tornare in Europa e lo scudetto in cinque anni. Lui centrò la Champions al primo colpo e il secondo anno lo cacciarono a calci nel sedere bollandolo come incapace. S’è visto poi la Juventus quanti scudetti ha vinto dopo di lui. Infine la Roma. D’accordo nella passata stagione Ranieri non ha fatto bene. Però l’anno prima, quando subentrò a Spalletti, la totalità dei tifosi sarebbe stata disposta ad erigergli una statua se fosse riuscito, dopo quel disastroso inizio stagione, ad arrivare quarto e centrare la Champions. Arrivò secondo, accarezzando lo scudetto, sfumato solo dopo una disgraziata partita interna contro la Sampdoria. Eppure, questo allenatore da sempre viene etichettato come perdente, scarso, incapace e chi più ne ha più ne metta. La realtà è ben diversa. Ranieri senza dubbio non è un tecnico che fa praticare alle sue squadre un gioco brillante e non è il migliore del mondo. Però è un allenatore che sa il fatto suo, che conosce assai bene i fondamentali, pratica il buon senso e sa anche lavorare sulla psicologia dei calciatori. Uno dei motivi che lo rendono bravissimo a mettere a posto squadre in difficoltà. Soprattutto se grandi. Il risultato dell’Inter a Bologna ne ha dato una fulminea dimostrazione. Magari qualcuno penserà che sia una diminutio. Io, al contrario, penso che sia una specializzazione. Rifletteteci bene. Secondo voi uno che ha allenato Napoli, Valencia, Chelsea, Atletico Madrid, Juventus, Roma e Inter può essere un allenatore scarso? I dirigenti di tutti questi club negli anni hanno tutti manifestato gravi segni di squilibrio? Andiamo!
Storia diversa quella di Luis Enrique. Per certi versi il suo percorso ha rischiato di essere simile a quello di Gasperini. E’ arrivato a Roma da perfetto sconosciuto, si dice raccomandato da Guardiola. Gli è stato affidato un progetto di ringiovanimento del club, che ha un occhio ai bilanci e che possa risultare sportivamente vincente, sia pure in prospettiva. Solo che un certo suo modo di presentarsi a Trigoria con arroganza e supponenza rispetto alle proprie idee aveva subito creato delle difficoltà. Insomma, si muoveva un po’ come un elefante in una cristalleria. Poi c’era la questione dei risultati. Fuori subito dall’Europa League, sconfitta all’esordio in casa col Cagliari, il buon pareggio a Milano con l’Inter e poi il passo falso in casa col Siena. Troppo poco per quella che s’era annunciata come una rivoluzione copernicana. Per fortuna è arrivata la vittoria di Parma che ha riportato un po’ di serenità. Soprattutto Enrique, dopo alcune evidenti sollecitazioni della società, ha ammorbidito i suoi atteggiamenti, è diventato più friendly in conferenza stampa. In un certo modo sta riuscendo a farsi perdonare anche l’inevitabile inesperienza che nessuno può avergli regalato, essendo alla stagione d’esordio come tecnico di una prima squadra. La Roma non gira ancora bene. Il possesso palla paga ancora relativamente, la squadra tira troppo poco in porta e subisce molte occasioni da gol. Eppure la piazza romana, di solito focosa ed impaziente, gli sta dando tempo. Almeno per il momento.

domenica 18 settembre 2011

LO SCUDETTO ATTENDE ANCORA IL MILAN

Pubblicato su TS il 6 settembre 2011


Una volta archiviata la pausa per la Nazionale e la spiacevole questione dello sciopero dei calciatori, il tormentato campionato di serie A potrà finalmente cominciare. Stavolta più che mai appassionati ed addetti ai lavori non vedono l’ora che si giochi, lasciando da parte chiacchiere e polemiche. Il rinvio della prima giornata ha avuto almeno il vantaggio di consentire alle squadre di presentarsi all’appuntamento col campo a calciomercato chiuso, quindi a ranghi completi. A nostro avviso in chiave scudetto la squadra da battere è una sola: il Milan. La squadra di Allegri è ampiamente collaudata. Con qualche piccolo ritocco in sede di mercato la rosa è ormai definitivamente completa. L’arrivo di Philippe Mexès consente al tecnico di disporre di un’alternativa di altissimo profilo al centro della difesa. L’ingaggio di Aquilani, poi, a livello tecnico restituisce al centrocampo quel quid venuto a mancare con la cessione di Andrea Pirlo. Visti i valori che esprimerà quest’anno la serie A, l’attacco risulta di livello assoluto. Dopo la partenza di Eto’o, Ibrahimovic è praticamente l’unica stella rimasta nel nostro campionato. La coppia brasiliana formata da Pato e Robinho garantisce gol e qualità e, come rincalzo, risulta ancora a disposizione quell’Antonio Cassano che rimane l’uomo di punta dell’attacco della Nazionale. Con un organico di questo livello ed un’organizzazione di gioco che non ha bisogno di messe a punto il Milan è in grado di vincere il campionato a spasso. La questione semmai è capire se una siffatta rosa potrà ben figurare in Champions League. La sensazione è che nella massima competizione europea il Milan resti dietro i top club, quelli che si contenderanno la vittoria finale. Ma questo soltanto il campo potrà confermarlo o smentirlo.
La seconda fila di un’immaginaria griglia di partenza vede, più o meno appaiati, Inter e Napoli. Sulla formazione nerazzurra gravano troppe incognite perché la si possa considerare allo stesso livello del Milan. Tanto per cominciare bisognerà capire se Gasperini sarà all’altezza del compito. Le prime uscite stagionali hanno dimostrato che la sua impostazione tattica, nella fattispecie la difesa a tre, si adatta poco alle caratteristiche dell’Inter. Non siamo in grado di dire se il pur bravo tecnico sarà in grado di trovare il giusto equilibrio. La partenza di Eto’o, inoltre, rappresenta una perdita grave. Non tanto sul piano strettamente tecnico. Gli arrivi di Forlan e Zarate potrebbero anche ovviare alla sua assenza. Si tratta più che altro di un problema psicologico. La sua cessione, oltre a quella ventilata ma non realizzata di Sneijder, ha fatto capire ai tifosi che sono finiti i tempi delle spese folli e che anche il presidente Moratti si prepara ad aderire alle rigide regole del fair play finanziario. In altre parole, si comincia a respirare aria di ridimensionamento, il che non agevola il compito di tecnico e calciatori. Il Napoli, per contro, si è rafforzato. Oltre a conservare i suoi pezzi migliori, Cavani su tutti, ha puntellato adeguatamente la rosa con innesti interessanti come quello di Inler. Sui partenopei, però, peserà l’incognita Champions League. Il Napoli parteciperà a questa competizione per la prima volta da quando è stata adottata la nuova formula e pagherà sicuramente lo scotto del confronto con forze ben più grandi del panorama internazionale. L’esperienza insegna che questi match tolgono molto soprattutto sul piano psicologico. Bisognerà capire fino a che punto i ragazzi di Mazzarri riusciranno a gestire il doppio impegno. Sul piano tecnico, a nostro avviso, il Napoli vale il secondo posto. Ma se la Champions dovesse distrarlo oltre misura potrebbe lasciare sul terreno punti preziosi.
In terza fila c’è bagarre. Qui collochiamo almeno tre formazioni: Roma, Juventus e Lazio. Tutto sommato riteniamo che tra le tre la Roma abbia qualcosa in più. Nonostante le mille difficoltà, la nuova proprietà americana ha fatto un notevole sforzo sul mercato ed ha messo a disposizione dell’esordiente Luis Enrique una rosa di tutto rispetto che affianca, a calciatori di grande esperienza, una nidiata di giovani talenti. Se il tecnico spagnolo riuscirà ad applicare il suo credo calcistico, magari evitando una certa ruvidezza nei rapporti personali (come dimostrato nel caso Totti), i giallorossi potrebbero agganciare la zona Champions, nel caso in cui una tra Inter e Napoli dovesse steccare. Ci sembra più complicato il cammino della Juventus. Per carità, dal mercato sono arrivati calciatori di livello assoluto come Pirlo e Vucinic. La rosa, però, paga due stagioni di grandi rivoluzioni e sono tanti i giocatori in esubero. Inoltre, bisognerà vedere cosa sarà capace di fare Antonio Conte. Sul piano del carattere e della preparazione è un tecnico che non si discute. E’ un uomo da Juve. Tuttavia, non sarà semplice imporre il suo 4-2-4, un modulo assai rischioso da adottare e che, almeno in teoria, vista la necessità di schierare molti elementi offensivi, mal si concilia con la sua idea di squadra, fatta di lotta e di sudore. Quanto alla Lazio, anche quest’anno è una squadra più che buona. Gli arrivi di attaccanti esperti e di buon livello internazionale come Cissè e Klose garantiscono un salto di qualità. La cessione di Zarate, però, toglie molto alle possibilità di ricambio nel reparto offensivo, eccessivamente anziano.
Per il resto spazio alle solite outsider che appaiono complessivamente indebolite. L’Udinese perché priva del gioiello Sanchez, passato al Barcellona. Il Palermo perché orfano di Pastore e già alle prese, ancor prima di cominciare, con l’ennesimo esonero deciso dal turbolento Zamparini. La Fiorentina perché ormai da tempo il club gigliato ha abbandonato i sogni di grandezza e il tecnico Mihajlovic non rappresenta una garanzia, anche a causa del suo pessimo feeling con la tifoseria.

venerdì 9 settembre 2011

LO SCUDETTO ATTENDE ANCORA IL MILAN

Pubblicato su TS il 6 settembre 2011


Una volta archiviata la pausa per la Nazionale e la spiacevole questione dello sciopero dei calciatori, il tormentato campionato di serie A potrà finalmente cominciare. Stavolta più che mai appassionati ed addetti ai lavori non vedono l’ora che si giochi, lasciando da parte chiacchiere e polemiche. Il rinvio della prima giornata ha avuto almeno il vantaggio di consentire alle squadre di presentarsi all’appuntamento col campo a calciomercato chiuso, quindi a ranghi completi. A nostro avviso in chiave scudetto la squadra da battere è una sola: il Milan. La squadra di Allegri è ampiamente collaudata. Con qualche piccolo ritocco in sede di mercato la rosa è ormai definitivamente completa. L’arrivo di Philippe Mexès consente al tecnico di disporre di un’alternativa di altissimo profilo al centro della difesa. L’ingaggio di Aquilani, poi, a livello tecnico restituisce al centrocampo quel quid venuto a mancare con la cessione di Andrea Pirlo. Visti i valori che esprimerà quest’anno la serie A, l’attacco risulta di livello assoluto. Dopo la partenza di Eto’o, Ibrahimovic è praticamente l’unica stella rimasta nel nostro campionato. La coppia brasiliana formata da Pato e Robinho garantisce gol e qualità e, come rincalzo, risulta ancora a disposizione quell’Antonio Cassano che rimane l’uomo di punta dell’attacco della Nazionale. Con un organico di questo livello ed un’organizzazione di gioco che non ha bisogno di messe a punto il Milan è in grado di vincere il campionato a spasso. La questione semmai è capire se una siffatta rosa potrà ben figurare in Champions League. La sensazione è che nella massima competizione europea il Milan resti dietro i top club, quelli che si contenderanno la vittoria finale. Ma questo soltanto il campo potrà confermarlo o smentirlo.
La seconda fila di un’immaginaria griglia di partenza vede, più o meno appaiati, Inter e Napoli. Sulla formazione nerazzurra gravano troppe incognite perché la si possa considerare allo stesso livello del Milan. Tanto per cominciare bisognerà capire se Gasperini sarà all’altezza del compito. Le prime uscite stagionali hanno dimostrato che la sua impostazione tattica, nella fattispecie la difesa a tre, si adatta poco alle caratteristiche dell’Inter. Non siamo in grado di dire se il pur bravo tecnico sarà in grado di trovare il giusto equilibrio. La partenza di Eto’o, inoltre, rappresenta una perdita grave. Non tanto sul piano strettamente tecnico. Gli arrivi di Forlan e Zarate potrebbero anche ovviare alla sua assenza. Si tratta più che altro di un problema psicologico. La sua cessione, oltre a quella ventilata ma non realizzata di Sneijder, ha fatto capire ai tifosi che sono finiti i tempi delle spese folli e che anche il presidente Moratti si prepara ad aderire alle rigide regole del fair play finanziario. In altre parole, si comincia a respirare aria di ridimensionamento, il che non agevola il compito di tecnico e calciatori. Il Napoli, per contro, si è rafforzato. Oltre a conservare i suoi pezzi migliori, Cavani su tutti, ha puntellato adeguatamente la rosa con innesti interessanti come quello di Inler. Sui partenopei, però, peserà l’incognita Champions League. Il Napoli parteciperà a questa competizione per la prima volta da quando è stata adottata la nuova formula e pagherà sicuramente lo scotto del confronto con forze ben più grandi del panorama internazionale. L’esperienza insegna che questi match tolgono molto soprattutto sul piano psicologico. Bisognerà capire fino a che punto i ragazzi di Mazzarri riusciranno a gestire il doppio impegno. Sul piano tecnico, a nostro avviso, il Napoli vale il secondo posto. Ma se la Champions dovesse distrarlo oltre misura potrebbe lasciare sul terreno punti preziosi.
In terza fila c’è bagarre. Qui collochiamo almeno tre formazioni: Roma, Juventus e Lazio. Tutto sommato riteniamo che tra le tre la Roma abbia qualcosa in più. Nonostante le mille difficoltà, la nuova proprietà americana ha fatto un notevole sforzo sul mercato ed ha messo a disposizione dell’esordiente Luis Enrique una rosa di tutto rispetto che affianca, a calciatori di grande esperienza, una nidiata di giovani talenti. Se il tecnico spagnolo riuscirà ad applicare il suo credo calcistico, magari evitando una certa ruvidezza nei rapporti personali (come dimostrato nel caso Totti), i giallorossi potrebbero agganciare la zona Champions, nel caso in cui una tra Inter e Napoli dovesse steccare. Ci sembra più complicato il cammino della Juventus. Per carità, dal mercato sono arrivati calciatori di livello assoluto come Pirlo e Vucinic. La rosa, però, paga due stagioni di grandi rivoluzioni e sono tanti i giocatori in esubero. Inoltre, bisognerà vedere cosa sarà capace di fare Antonio Conte. Sul piano del carattere e della preparazione è un tecnico che non si discute. E’ un uomo da Juve. Tuttavia, non sarà semplice imporre il suo 4-2-4, un modulo assai rischioso da adottare e che, almeno in teoria, vista la necessità di schierare molti elementi offensivi, mal si concilia con la sua idea di squadra, fatta di lotta e di sudore. Quanto alla Lazio, anche quest’anno è una squadra più che buona. Gli arrivi di attaccanti esperti e di buon livello internazionale come Cissè e Klose garantiscono un salto di qualità. La cessione di Zarate, però, toglie molto alle possibilità di ricambio nel reparto offensivo, eccessivamente anziano.
Per il resto spazio alle solite outsider che appaiono complessivamente indebolite. L’Udinese perché priva del gioiello Sanchez, passato al Barcellona. Il Palermo perché orfano di Pastore e già alle prese, ancor prima di cominciare, con l’ennesimo esonero deciso dal turbolento Zamparini. La Fiorentina perché ormai da tempo il club gigliato ha abbandonato i sogni di grandezza e il tecnico Mihajlovic non rappresenta una garanzia, anche a causa del suo pessimo feeling con la tifoseria.

giovedì 1 settembre 2011

TUTTI I COLPEVOLI DELLO SCIOPERO DEI CALCIATORI

Pubblicato su TS il 30 agosto 2011

Qualche giorno fa ci aspettavamo di poter utilizzare questo spazio per commentare gli esiti della prima giornata del nuovo campionato. Invece dobbiamo soffermarci sulle ragioni del cosiddetto “sciopero” dei calciatori, evento che ha privato milioni di appassionati del tradizionale intrattenimento domenicale. Tutto è cominciato quando, scaduto il contratto collettivo nazionale dei calciatori, i rappresentanti dei club e dei giocatori hanno cominciato a discuterne il rinnovo. Molti i punti sui quali le due parti non si sono trovate d’accordo. Tuttavia, col susseguirsi degli incontri e delle trattative su quasi tutti si è riusciti a trovare un’intesa. Uno solo di essi, identificabile con l’articolo 7, si è rivelato uno scoglio insormontabile. Nella sostanza questo punto stabilisce come debbano essere trattati i “fuori rosa”. Come tutti gli appassionati sanno bene, presi dalla smania di successo sovente i presidenti mettono sotto contratto un numero spropositato di calciatori, talvolta garantendo loro ingaggi eccessivamente elevati. Non solo. Poiché dopo la rivoluzione Bosman i calciatori sono liberi da ogni vincolo, l’unico modo che hanno i club per non farseli strappare dalla concorrenza è concedere loro contratti pluriennali. Accade così che, vuoi per scarso rendimento vuoi per scelte tecniche degli allenatori, alcuni di essi finiscano col diventare inutili e rappresentino un peso economico difficile da sostenere. Il club, quindi, vorrebbero che tutti i calciatori considerati non più utili ai loro progetti possano essere messi fuori rosa, sottoposti ad un regime di lavoro differenziato rispetto agli altri giocatori. L’Associazione Italiana Calciatori, rappresentata dal presidente Damiano Tommasi, si oppone fermamente a questa pretesa. Naturalmente lo fa per affermare il principio che i calciatori sotto contratto devono godere tutti degli stessi diritti. Ma non solo. I calciatori temono che i club possano utilizzare il diverso regime dei “fuori rosa” come strumento di pressione per costringere i calciatori non più graditi a risolvere i loro contratti o quanto meno ad attenuare le pretese, accettando qualunque destinazione individuata dalla società. Per capire meglio il motivo del contendere è sufficiente ricordare il caso Pandev. Il presidente della Lazio Claudio Lotito lo mise fuori rosa perché il giocatore rifiutava il trasferimento ad un club non gradito. Trovandosi emarginato rispetto al gruppo, ritenendo di vedere lesi i propri diritti di calciatore e messo a rischio il suo valore di mercato, Pandev fece causa alla Lazio e, avuta la meglio, riuscì a liberarsi dal club capitolino a parametro zero. Va detto che già diversi mesi fa la situazione stava per precipitare. In seguito, dopo una mediazione del presidente della FIGC Abete, le due parti trovarono un accordo che, almeno sulla carta, sembrava dare garanzie ad entrambi. In seguito, però, al momento della sottoscrizione dell’accordo, la Lega diretta da Maurizio beretta s’è tirata indietro.
Sulla base di questi fatti riteniamo sia alquanto ingiusto additare i calciatori come i responsabili di questa situazione. Basta ragionare un momento per comprendere come le principali colpe ricadano proprio sulle spalle dei club. Se un presidente dilapida risorse preziose per gli ingaggi dei calciatori e se fa sottoscrivere loro improbabili contratti pluriennali è soltanto per vincere la concorrenza di un altro presidente. Se le rose vengono gonfiate fino a trentacinque giocatori la responsabilità non è di questi ultimi ma dei club. Questo problema non si risolverà mai finché non saranno proprio i presidenti a dare vita ad un gentleman agreement per non farsi la guerra l’un l’altro. Stabilendo, ad esempio, alcune semplici regole: rose limitate a 25 giocatori, limite alla durata dei contratti, salary cap e così via. Va detto, però, che anche i calciatori hanno fatto un grande errore. Utilizzando lo sciopero come strumento di protesta sono passati dalla ragione al torto. I calciatori di serie A rappresentano una categoria privilegiata che ha tutti gli strumenti per far conoscere all’opinione pubblica le proprie ragioni. Lo sciopero è una strada sbagliata. L’appassionato di calcio, che poi nella vita comune è un cittadino che fatica come milioni di altri a sbarcare il lunario in tempi difficili come questi, non può concepire una mossa simile. E’ talmente indignato da quelli che sembrano i capricci di bamboccioni viziati da non capire, ad esempio, che il loro non è un vero sciopero. Che la giornata di campionato verrà recuperata e che, dunque, il valore economico sia del loro lavoro che del business ad essa legato non verrà perduto. Che, in definitiva, si tratta solo di un rinvio. La gente comune non comprende tutto ciò. Ecco, l’errore dei calciatori sta proprio in questo: non essere stati abbastanza intelligenti da capire che la protesta andava esplicitata in maniera diversa. Un esempio? Ritardando la discesa in campo di un quarto d’ora oppure obbligando i club ad andare in campo tutti lo stesso giorno e alla stessa ora. Ci voleva tanto?
Dell’ingenuità dei calciatori hanno immediatamente approfittato i presidenti che hanno fatto in modo da far cadere su di loro, agli occhi dell’opinione pubblica, le responsabilità del rinvio. Utilizzando anche una mossa a sorpresa. Sfruttando l’ipotesi su cui sta ragionando il governo di imporre un contributo di solidarietà a chi guadagna cifre superiori a centomila euro, hanno immediatamente inserito, in maniera impropria, questo tema nella trattativa. Un problema in effetti esiste. Da alcuni anni a questa parte, i contratti dei calciatori depositati in Lega riportano come cifre dell’accordo il netto, anziché il lordo come accade per tutti i comuni mortali. Di conseguenza, qualunque modifica alle aliquote, stando così le cose ricadrebbe sulle società. Questo fatto, naturalmente, è inaccettabile. Ai club, però, sarebbe bastato chiedere all’AIC di tornare alla vecchia regola secondo la quale nel contratto del calciatore faceva fede la cifra lorda, non quella netta. Ai tempi dell’ingresso dell’Italia nell’euro, ad esempio, quando il governo Prodi impose una tassa (in seguito in gran parte restituita), i calciatori pagarono quanto di loro competenza. Proprio perché allora i contratti erano conteggiati sul lordo. Basterebbe tornare al passato ed eliminare una stortura ai quali gli stessi club a suo tempo si sono sottoposti senza protestare. Invece hanno sfruttato questo assist involontario giunto dal governo per accusare i calciatori, prima ancora che l’AIC si pronunciasse sull’argomento, di volere scaricare sui club il contributo di solidarietà.
La posizione della Lega risulta discutibile anche per altre ragioni, tutte interne al palazzo. Intanto il fronte dei presidenti non è affatto compatto. Esiste una fronda interna, guidata dal presidente del Cagliari Cellino, che avrebbe evitato volentieri lo sciopero, firmando almeno l’accordo-ponte proposto da Tommasi in extremis. In altre parole, Beretta seguirebbe gli interessi di alcuni grandi club. Inoltre ha fatto impressione l’indifferenza con la quale il presidente della Lega ha accolto Abete e il suo ultimo disperato tentativo di mediazione. I bene informati sostengono che certi club abbiano preso a pretesto lo sciopero dei calciatori per attuare una sorta di regolamento di conti all’interno del palazzo, le cui vittime principali sarebbero proprio Abete e, in seconda battuta, il presidente del Coni Petrucci. Il quale, non a caso, nelle ultime ore ha stigmatizzato non poco il comportamento dei club in questa vicenda. In questi giorni le trattative sono riprese in maniera febbrile e speriamo che il campionato non debba subire ulteriori stop. Ci auguriamo anche che finisca questa sorta di linciaggio nei confronti dei calciatori. Se il calcio italiano vive un inarrestabile declino non è certo loro la colpa. Semmai di qualche testa (poco) pensante che opera o ha operato tra via Allegri e via Rosellini.

martedì 23 agosto 2011

TORTI E RAGIONI DEI CALCIATORI

Pubblicato su TS il 23 agosto 2011


Le settimane che hanno preceduto questa vigilia di inizio stagione hanno visto come protagonisti, tra gli altri, i calciatori. Purtroppo non sempre in termini positivi.
La prima questione cui corre l'obbligo fare cenno è quella relativa alla sentenza di appello pronunciata nei giorni scorsi dalla Corte di Giustizia Federale, in relazione all'ennesimo scandalo scommesse che ha colpito il calcio italiano. Per quanto su questa rubrica di commenti avessimo a suo tempo ridimensionato la portata dello scandalo, limitato ad alcuni nomi eccellenti e ai campionati di B e Lega Pro, Gli esiti sono comunque stati tali da suscitare un certo interesse. Naturalmente il caso più eclatante è quello di Giuseppe Signori che è stato riconosciuto colpevole ed è stato colpito dalla radiazione. E' andata male anche a Cristiano Doni che, ormai trentottenne, si vede gravato da una squalifica di tre anni e sei mesi che mette fine alla sua carriera. La radiazione è arrivata pure per il portiere Marco Paoloni, il grande protagonista dello scandalo, e per Massimo Erodiani, una delle altre pedine chiave. Si sono avuti effetti non trascurabili anche per quanto riguarda i club e i campionati. Nel prossimo torneo di serie A l'Atalanta partirà con una penalizzazione di sei punti che indubbiamente avvantaggerà le dirette concorrenti in zona retrocessione. Nel campionato di B Crotone e Juve Stabia partiranno con un punto in meno. Assai più pesante la situazione dell'Ascoli, gravato da sette punti di penalità. In Lega Pro se la Seconda divisione resta immune, in Prima sono parecchie le squadre penalizzate: Taranto (-1), Viareggio (-1), Reggiana (-2), Benevento (-6), Piacenza (-4), Cremonese (-6). Nel complesso si può dire che la sentenza è stata sufficientemente dura, dunque giusta. Ci auguriamo che questi provvedimenti facciano passare la voglia ai calciatori di fare stupidaggini.
La seconda questione è quella che ha riguardato la minaccia dell’associazione calciatori di far slittare l’inizio del campionato a causa del mancato rinnovo del contratto collettivo. Anche su questo argomento mi sono espresso in passato e non possi far altro che ribadire la mia posizione. Il metodo di protesta scelto (o minacciato) dai calciatori è semplicemente irritante. Non è facile far digerire alla gente comune, in primis agli appassionati di calcio, l’idea che una categoria che gode di mille privilegi e di retribuzioni astronomiche possa scioperare. Il metodo, dunque, è sbagliato. Tuttavia, nel merito secondo me i calciatori hanno ragione. Le loro non sono rivendicazioni di carattere economico. Chiedono semplicemente che le società non possano decidere in maniera unilaterale di mettere un calciatore fuori rosa perché non serve più, facendolo allenare a parte e privandolo delle stesse possibilità di lavoro garantite agli altri compagni. Se i presidenti gonfiano le rose fino a 35 elementi o sottoscrivono contratti faraonici a calciatori che poi non rispondono alle aspettative possono solo recriminare sulla propria incapacità manageriale. Sono altri i provvedimenti che devono adottare per garantire una sana gestione delle loro società. L’abbiamo ripetuto fino alla noia: equilibrio di bilancio, stadi nuovi e di proprietà, sviluppo di sponsorizzazioni e merchandising. Oltre tutto, a suo tempo, grazie anche alla difficile mediazione di Abete, calciatori e club avevano trovato già un accordo che ora i presidenti rifiutano di sottoscrivere. I calciatori devono stare attenti, però. Imparino ad evitare sparate mediatiche tipo la minaccia di sciopero. Strategie che rischiano di farli passare dalla ragione al torto.
Ne hanno avuto una riprova con la polemica strumentale sulla supertassa per i ricchi. L’associazione calciatori non aveva fatto nessuna polemica o dichiarazione a proposito dell’imposizione che, secondo i provvedimenti del governo, dovrebbe gravare su chi guadagna cifre elevate. Eppure in seguito ad una dichiarazione di Galliani s’è scatenato il caos, alimentato soprattutto dal ministro Calderoli. La questione è se le tasse supplementari debbano pagarle i giocatori o le società. Damiano Tommasi ha fatto bene a ricordare che da qualche anno i contratti dei calciatori vengono stabiliti sulla base della retribuzione netta. Prima non era così. Tant’è vero che quando il governo Prodi impose la famosa tassa per entrare nell’euro i calciatori pagarono senza fiatare perché i loro contratti si basavano sul lordo. Per evitare polemiche inutili faccio una proposta molto semplice. Torniamo al passato e calcoliamo i contratti sul lordo anziché sul netto. Esattamente come avviane in tanti altri paesi europei. A quel punto sarà compito dei calciatori e dei loro commercialisti preoccuparsi delle tasse da pagare. Perché una cosa è certa. Se il governo imporrà la supertassa non saranno le società a dover pagare ma i calciatori. Come avviene a tutti i comuni mortali.

DOPO PECHINO MILAN GIA’ IN RAMPA DI LANCIO

Pubblicato su TS il 9 agosto 2011


La nuova stagione del nostro calcio è iniziata più o meno com’era finita: all’insegna del Milan. La finale di Supercoppa, disputata nell’esotica cornice di Pechino, ha dimostrato ancora una volta che quella rossonera è la formazione da battere. Una vittoria meritata quella dei ragazzi di Allegri che anche nel primo tempo, quando hanno sofferto la superiore forza atletica dell’Inter e la sua più decisa iniziativa, sono comunque riusciti a confezionare due clamorose palle gol. Nella ripresa, poi, hanno cominciato a macinare gioco e, grazie all’ingresso di Pato e all’estro di Ibrahimovic, sono riusciti a ribaltare il punteggio. Ha voglia Gasperini a dire che ha notato alcuni aspetti positivi nella sua Inter. Sarà, ma intanto il primo titolo stagionale ha preso la strada di Milanello.
Qui non si tratta tanto di enfatizzare il terzo derby consecutivo vinto dal Milan o il record delle sei supercoppe italiane vinte (che peraltro determinano il ventottesimo trofeo dell’era Berlusconi). L’impressione che si è avuta vedendo la partita è che i campioni d’Italia siano già pronti ad affrontare una nuova stagione di successi, mentre l’Inter è ancora un cantiere aperto dal quale a breve qualcuno potrebbe anche andare via. Allegri ha costruito un meccanismo sufficientemente oliato che ha dimostrato di potere fare a meno di Andrea Pirlo, partito alla volta della Juventus. La squadra che ha vinto a Pechino era essenzialmente quella della passata stagione. Il cuore pulsante formato da Gattuso, Van Bommel e Seedorf col sempre più costruttivo Boateng ad agire da trequartista di peso e qualità. A nostro avviso ad Allegri servirebbe almeno un altro uomo di rango a centrocampo. Ma per quello che è il livello attuale del calcio italiano, anche così potrebbe bastare. In difesa, poi, il Milan è più che coperto. Nesta e Thiago Silva sono delle garanzie e Philippe Mexès rappresenta un’alternativa più che valida, di assoluto livello internazionale. In attacco non ne parliamo. L’Ibrahimovic cinese ha dimostrato di possedere qualità sufficienti per decidere le partite da solo, anche quelle decisive, solo che ne abbia voglia. Robinho è sempre positivo e poi c’è quel fuoriclasse di Pato che sulla partita incide sempre. Insomma, il gruppo plasmato da Allegri è ben assortito e collaudato. Mentre gli altri dovranno trovare la quadratura del cerchio, il Milan appare già pronto per riprendere la corsa in tutta scioltezza. Al punto da fare a meno anche di Antonio Cassano che appare sempre più un lusso superfluo.
L’Inter, invece, a noi convince poco. Tanto per cominciare, con tutto il rispetto e la stima per Gasperini, non riteniamo che quella di Moratti sul tecnico sia stata la scelta più appropriata. Dopo le scorie dell’era Mourinho, pagate soprattutto da Rafa Benitez, a nostro avviso serviva un nuovo uomo forte, magari meno isterico del portoghese. Un Fabio Capello, per intenderci. Gasperini è bravo, ma la sua carriera e il suo aplomb ci fa temere che non abbia il carattere giusto per poter mettere in riga uno spogliatoio sempre molto difficile come quello nerazzurro. Poi c’è la squadra. Le trattative di mercato lasciano ancora aperte le porte ad una mezza rivoluzione. La corte che il Manchester United sta facendo a Sneijder rischia di privare l’Inter del perno di tutto il gioco offensivo. Si parla poi di una cessione di Eto’o e dell’arrivo di Tevez. Francamente, a noi sembra una follia. Tevez è un ottimo attaccante, ma nulla di paragonabile al camerunense. A centrocampo, poi, ci sembra che manchi sufficiente qualità. Stankovic non è eterno, Thiago Motta è tutto sostanza senza eccessiva tecnica. Nella gara di Pechino, tutto sommato, ad impressionare di più è stato il neo acquisto Alvarez che sembra poter confermare le credenziali con cui s’è presentato. Quanto alla difesa, l’impostazione tattica a tre per il momento non funziona ed è stata messa in seria difficoltà dalle penetrazioni del Milan. Infine, crediamo che il modulo adottato da Gasperini nell’occasione, il 3-5-1-1, non sia proprio la soluzione migliore per proporre un gioco sufficientemente brillante. Insomma, all’Inter c’è ancora molto da lavorare e bisogna capire anche con quale materiale. Il rischio è che in attesa di trovare le giuste soluzioni, il Milan possa già scappare.
Nemmeno le altre grandi ci sembrano pronte a contrastare Ibrahimovic e compagni. La Juventus, come al solito, ha cambiato molto, ma bisognerà vedere se riuscirà a trovare un equilibrio che manca da troppe stagioni. A nostro avviso, gli arrivi di Pirlo e Vucinic possono essere un valore aggiunto ma molto dipenderà da come saprà lavorare Antonio Conte. Al quale, comunque, un po’ di tempo bisognerà darlo. Discorso simile per la Roma. Luis Enrique è un tecnico affascinante ma andrà valutato alla prova dei fatti. Partiti Vucinic e Menéz, poi, bisognerà vedere come si inserirà Krkic e soprattutto quale sarà la vera forza di Lamela. In difesa il giovane spagnolo Angel sembra molto buono ma la sua tenuta in un campionato come la serie A va valutata. L’unica vera garanzia appare Stekelenburg in porta. Comunque anche alla nuova Roma un paio di mesi per carburare bisognerà concederglieli. Ma a quel punto, dove sarà arrivato il Milan?

domenica 7 agosto 2011

LA BUNDESLIGA TORNA LEADER IN EUROPA

Pubblicato su TS il 2 agosto 2011


Il nuovo campionato che partirà il prossimo week-end celebrerà la risurrezione definitiva della Bundesliga. Dopo un periodo in cui altri grandi tornei come la Premier League, la Liga e la nostra Serie A l’hanno sovrastata per forza economica e tecnica, i tedeschi tornano a recitare un ruolo di assoluti protagonisti. Basti pensare che, a distanza di dieci anni, tornerà a rilasciare il pass per la Champions League a quattro squadre, tre qualificate direttamente ed una ai play-off. Purtroppo questo successo si è verificato a spese della Serie A che, al contrario di quello tedesco, è un campionato in chiaro declino. La ricetta vincente della Bundesliga è presto detta. Da anni i manager tedeschi hanno cominciato a lavorare seriamente sul proprio prodotto. Il primo obiettivo che si sono posti è stato quello di garantire ai club stadi moderni ed efficienti, nei quali fosse un piacere stare, indipendentemente dalla qualità del gioco espresso dalle squadre. Ci sono riusciti e il risultato è stata un’affluenza di pubblico eccellente. In secondo luogo hanno lavorato alla commercializzazione del prodotto calcio, attraverso una brillante attività di marketing, merchandising e sponsorizzazioni. Al tempo stesso, sono stati molto attenti a non esagerare con la politica degli stipendi dei calciatori, spesso accontentandosi di stelle di seconda grandezza, riuscendo però a tenere a posto i conti. Così, anche se lo spettacolo offerto dalle squadre tedesche non è sempre entusiasmante sul piano tecnico, la Bundesliga scoppia letteralmente di salute.
La quarantanovesima edizione di questo campionato ha avuto un interessante prologo con la consueta Supercoppa che quest’anno vedeva di fronte il Borussia Dortmund e lo Schalke 04. Ha avuto la meglio quest’ultimo, al termine di una gara piacevole ma senza reti. Decisivi i calci di rigore, in occasione dei quali si è distinto il neo acquisto dello Schalke Fahrmann, capace di parare due rigori agli avversari. Non è stata, dunque, felice la prima uscita stagionale dei campioni in carica del Borussia che, per forza di cose, vanno annoverati tra le favorite naturali per la vittoria del titolo. Per la verità per ora il suo mercato estivo ha fatto registrare solo una serie di movimenti di secondo piano, per lo più finalizzati alla sistemazione della rosa. Tuttavia, la presenza sulla panchina di uno dei tecnici emergenti europei, Jurgen Klopp, rappresenta la massima garanzia.
Naturalmente il ruolo di favorito appartiene anche al Bayern, il club di punta della Germania, quello che più di ogni altro tiene costantemente alta la bandiera tedesca a livello internazionale. In attesa di capire se dal mercato arriveranno colpi a sorpresa, sia in entrata che in uscita (occhio a Schweinsteiger), un ottimo acquisto è senza dubbio quello del portiere Neuer, il meglio dell’attuale scuola germanica. Buono anche l’arrivo del genoano Rafinha che va a completare il reparto difensivo. Al di là di chi scenderà in campo, però, quello che più conta è il desiderio di riscatto dei bavaresi. Abituati a giocarsi il titolo fino alla fine – e vincerlo spesso e volentieri – hanno mal digerito la passata difficoltosa stagione. I tifosi non tollererebbero ulteriori fallimenti.
Nel lotto delle pretendenti non possiamo non inserire il Leverkusen, reduce dall’ottimo secondo posto della passata stagione, anche se complessivamente ci sembra che le sue chance siano inferiori. Difficile pronosticare la prossima stagione dello Schalke. La perdita di Neuer sulla carta è pesante, ma abbiamo visto che alla prima uscita Fahrmann non l’ha fatto rimpiangere. Certo occorrerà fare meglio rispetto al quattordicesimo posto del campionato scorso.
Interessante il panorama della zona retrocessione dove agiranno, prevedibilmente, le due neopromosse. Si tratta dell’Hertha Berlino, vincitore della Zweite Bundesliga, e dell’Augsburg (la romana Augusta). Quest’ultima è al primo campionato di massima divisione della sua storia e risulta essere la cinquantunesima formazione ad aver partecipato alla Bundesliga.
Si comincerà il 5 agosto con Borussia Dortmund-Amburgo, subito un match di livello. Sabato, tra le altre gare, è previsto un interessante Stoccarda-Schalke. Al Bayern toccherà il posticipo domenicale pomeridiano contro il Borussia Moenchengladbach. Il campionato chiuderà il 5 maggio 2012, in tempo utile per consentire alla nazionale di preparare l’impegno agli Europei di Polinia e Ucraina.

L’URUGUAY ENTRA NELLA LEGGENDA

Pubblicato su TS il 26 luglio 2011



L’Uruguay è il più incredibile e splendido mistero del calcio di tutti i tempi. Come faccia un paese che ha più o meno gli stessi abitanti di Roma a far parte del gotha del calcio mondiale è difficile da spiegare. Come faccia a mettere in campo sempre squadre nazionali dignitose, a volte anche molto competitive, lo sa solo il cielo. Eppure grazie all’indiscutibile successo sul Paraguay ha portato a casa l’ennesima Copa America, la quindicesima. Nessuna nazionale sudamericana ha saputo fare meglio. Non il Brasile, nemmeno l’Argentina ferma a quattordici titoli. Senza contare due titoli mondiali, altrettante olimpiadi e un quarto posto al Mondiale sudafricano che abbiamo ancora tutti sotto gli occhi. In genere si parla troppo poco di una scuola calcistica in grado di dimostrarsi vincente praticamente da quando il calcio si è imposto a livello internazionale. Qualche cenno storico. Nel corso degli anni ’20 l’Uruguay non aveva rivali. Vinse le Olimpiadi nel 1924 e nel 1928 e si impose nella prima edizione del Mondiale, quello del 1930. Dopo un periodo di appannamento, nel 1950 la sua vittoria più prestigiosa: il Mondiale del 1950 strappato sul suo terreno al favoritissimo Brasile. Di quella squadra faceva parte un sublime Schiaffino che avrebbe poi calcato a lungo i palcoscenici calcistici italiani. Ma anche Ghiggia che nobilitò la maglia della Roma. Nel frattempo la “celeste” mieteva Copa America a ripetizione. Dopo un ventennio di declino, negli anni ’80 la ripresa con una storica vittoria della Copa ai danni del Brasile nel 1983. Era la generazione di Francescoli. Nel 2006 la nazionale venne affidata per la seconda volta a Oscar Tabarez dopo la mancata qualificazione al Mondiale tedesco. In quattro anni di lavoro proficuo il “professore” ha messo in piedi una squadra di tutto rispetto, basata soprattutto sulle qualità del reparto offensivo che ha potuto contare su due straordinari Suarez e Forlan e su un’ottima organizzazione tattica. Così in Sudafrica è arrivato un quarto posto ma l’Uruguay avrebbe meritato almeno la finale. Ora l’ennesimo successo nella Copa America, ancora una volta bagnato dalle prodezze dei due gioielli dell’attacco.
Per quello che s’è visto in questa scadente edizione della competizione sudamericana, l’esito finale è sacrosanto. Mancate clamorosamente Argentina e Brasile, ci sono state due rivelazioni, Peru e Venezuela che giustamente si sono giocate il terzo posto. Ma ad avere la qualità necessaria per arrivare in finale e vincere era solo l’Uruguay. Non crediamo che meriti particolari plausi, invece, il Paraguay che ha raggiunto la finale all’insegna dell’anticalcio. L’unica strategia di questa nazionale, peraltro bene organizzata sul piano difensivo, è stata quella di cercare costantemente di tenere lo 0-0 fino al termine dei tempi regolamentari, per poi giocarsi tutto ai rigori. Nella stessa fase a gironi non è riuscita mai a vincere, conseguendo tre pareggi. Non s’era mai vista una squadra capace di arrivare in finale senza vincere. Sarebbe stato ingiusto se i paraguayani fossero riusciti ad alzare la coppa applicando lo stesso metodo. Per una volta gli dei del calcio hanno fatto le cose per bene. Quando la gara si è indirizzata su binari più favorevoli alla tecnica per il malcapitato Paraguay non c’è stato niente da fare. Già nel primo tempo la faccenda era chiusa. Il 3-0 finale, poi, non ammette alcuna discussione.
E’ stata naturalmente la vittoria di Suarez, attaccante che nell’Ajax ha mostrato tutto il suo valore, prima di diventare uno dei pezzi forti del mercato internazionale. Ed è stata anche la vittoria del grande Forlan. Dopo avere disputato un grande Mondiale l’anno scorso (fu eletto miglior calciatore del torneo), era reduce da una stagione deludente con la maglia dell’Atletico Madrid e in questa edizione della Copa America non era mai riuscito ad andare in gol. S’è sbloccato proprio in finale come accade ai grandi. La sua doppietta resterà nella storia. Ma la vittoria chiaramente è anche dello stesso Tabarez che, diciamo la verità, negli altri reparti non si ritrova dei fenomeni eppure è riuscito a costruire una squadra in grado di giocarsela alla pari con tutti. Il suo Uruguay ha dato, indirettamente, una vera lezione alle presuntuose favorite della vigilia. Un’Argentina assolutamente incapace di valorizzare l’enorme potenziale tecnico a propria disposizione. E un Brasile i cui giovani talenti sono sempre troppo celebrati in rapporto alle prestazioni, non sempre all’altezza della situazione. Le due big del Sudamerica dovranno sudare per presentarsi degnamente al prossimo Mondiale. Soprattutto il Brasile che reciterà il ruolo di padrone di casa e non potrà permettersi una mesta figura come quella rimediata di fronte al modesto Paraguay.

martedì 19 luglio 2011

PERCHE’ ABETE E’ PONZIO PILATO

Pubblicato su TS il 19 luglio 2011


Assieme alla consueta ricca copia di TS oggi i lettori in edicola troveranno quotidiani che, soprattutto se sportivi, conterranno commenti e giudizi sulla decisione del Consiglio federale della FIGC: lo scudetto 2006 resta all’Inter. Chiariamo. E’ una decisione si fa per dire. Il tanto contestato titolo rimane al club nerazzurro semplicemente perché, in seguito al parere legale degli avvocati Gentile, Modugno e Gallavotti, la federazione si è dichiarata non competente. Giancarlo Abete poche ore prima ha tenuto a respingere le accuse di avere assunto una posizione pilatesca. Bene, a nostro avviso si sbaglia. Non c’è personaggio della storia recente del nostro sport che più sta incarnando la figura di Ponzio Pilato. Il celebre procuratore della Giudea si “lavò le mani” per evitare problemi di ordine pubblico al governo romano della regione. Abete ha optato per la non competenza perché preoccupato soprattutto di evitare che la FIGC, in occasioni dei quasi certi gradi di giudizio non sportivo, incappi in seri guai, magari in risarcimenti milionari. Per carità, compito di un presidente della federazione è anche quello di preservarla anche in chiave giuridica. Ad Abete, però, rimproveriamo di non avere avuto come stella polare, come imperativo categorico, la giustizia. Non solo la Juventus, ma tutti gli sportivi onesti sullo scudetto del 2006 chiedevano semplicemente giustizia. A chi domandarla se non alla FIGC e ai suoi organi? Ebbene, scopriamo che la nostra federazione non ha la competenza o peggio ancora il potere di revocare un titolo perché ad assegnarlo non è lei medesima, bensì la classifica. Non siamo esperti giuristi, ma francamente una motivazione tanto demenziale non l’avevamo mai sentita. Abete sostiene che lui ha deciso per il rispetto delle regole. Ebbene, noi diciamo che se le cose stanno come lui afferma – e non abbiamo motivo per dubitarne – allora le regole sono idiote. Se una federazione non ha il potere di revocare un titolo ad un club che si è macchiato di comportamenti antisportivi e di illecito che ci sta a fare? Noi crediamo che se esiste un organo federale inquirente come Stefano Palazzi che sulla vicenda si è espresso in maniera chiara, deve esistere un altro organo federale giudicante in grado di esprimersi, nel merito, con un si o con un no. Invece ci hanno risposto: “non spetta a noidecidere”. E a chi allora? Non si sa, non si capisce. Se il Consiglio federale avesse affermato apertamente che lo scudetto doveva rimanere all’Inter, offrendo motivazioni di merito, noi magari avremmo criticato la decisione ma l’avremmo rispettata. La strada che hanno deciso di percorrere, invece, è davvero assurda.
Non è la maniera migliore per mettere fine alla vicenda Calciopoli. L’assegnazione dello scudetto del 2006, infatti, è una vicenda se vogliamo secondaria. La vera questione è che, sulla base delle intercettazioni prodotte dalla difesa di Moggi, l’Inter risulta colpevole come altri club condannati dalla giustizia sportiva, ad esempio Milan o Fiorentina. Ed è l’unico che non ha pagato e non pagherà. Ingiustizia è fatta, scrivevamo l’ultima volta. A questo punto, farà bene la Juventus se deciderà di ricorrere presso il CONI e successivamente presso la giustizia ordinaria. Abbiamo ripetuto fino alla noia che i dirigenti bianconeri con Calciopoli hanno sbagliato e giustamente pagato. Quindi nessuna riabilitazione può esserci per Moggi e compagni, né scudetti restituiti. Però su un punto Andrea Agnelli e compagni hanno ragione: se la Juventus ha pagato, devono pagare anche gli altri colpevoli. In caso contrario non si può parlare di giustizia, né si può sperare di chiudere definitivamente una delle pagine più nere del nostro calcio. Immaginiamo quali tensioni potranno riproporsi in occasione degli scontri diretti tra Juventus e Inter, magari alla prima svista arbitrale. Oppure come verranno accolti i nerazzurri negli stadi italiani dopo avere recitato per anni il ruolo di “club degli onesti”. Il calcio italiano ha perso un’altra, l’ennesima occasione, per ridarsi una dignità. Per aprire un nuovo capitolo in una fase davvero difficile per l’intero movimento. Invece dovremo convivere con i rancori, le sopraffazioni, i veleni. Ci dispiace dirlo perché abbiamo stima della persona e, per certi versi, anche del dirigente. Ma anche stavolta Abete ha dimostrato di avere troppo poco coraggio per fare il presidente in un’epoca tanto dura come quella attuale. Sarebbe l’uomo perfetto se si dovesse gestire un ordinario benessere, vista la sua capacità di non scontentare mai nessuno. Ma il calcio italiano vive momenti che necessiterebbero polso fermo e capacità decisionale. In assenza dei quali non si può che scivolare verso il basso, lentamente ma inesorabilmente.

martedì 12 luglio 2011

PRESCRIZIONE INTER INGIUSTIZIA E’ FATTA

Pubblicato su TS il 12 luglio 2011


Sulla vicenda di Calciopoli 2 e su cosa fare con lo scudetto del 2006 abbiamo sempre avuto idee molto chiare. Quel titolo non andava assegnato, occorreva revocarlo definitivamente e metterci sopra una pietra tombale. Quanto alle intercettazioni che hanno coinvolto Moratti e Facchetti con Bergamo, abbiamo sempre sostenuto che se ci fossero stati altri club coinvolti nello scandalo, questi andavano puniti esattamente come gli altri. A leggere il documento approntato dal procuratore federale Stefano Palazzi, che farà da base giuridica alle decisioni del Consiglio federale del prossimo 18 luglio, viene da dire che ingiustizia è fatta. Palazzi, infatti, ha sostenuto chiaramente che l’Inter ha commesso il reato di illecito sportivo ma non è perseguibile per avvenuta prescrizione. In parole povere, faceva parte del gruppo dei club colpevoli ma non pagherà.
Palazzi ha messo nero su bianco una realtà emersa in tutta la sua chiarezza quando i legali di Moggi hanno presentato al processo di Napoli le intercettazioni della cosiddetta Calciopoli 2. Conversazioni tra Paolo Bergamo e Giacinto Facchetti, oltre che tra il designatore e Massimo Moratti. Da queste si evince che anche il club nerazzurro cercava di addomesticare la classe arbitrale al fine di ottenere migliori risultati sportivi, spesso riuscendo nell’intento. Per essere chiari, l’Inter ha commesso il reato di illecito sportivo. Come la Juventus. Attenzione, abbiamo letto tutte le intercettazioni e riteniamo che l’Inter non abbia avuto un ruolo paragonabile a quello di Luciano Moggi, vero architrave del sistema corrotto. Tuttavia, se chi di dovere avesse tirato fuori le nuove intercettazioni nel 2006, il club di Moratti sarebbe andato a processo. Certamente non avrebbe subito lo stesso trattamento della Juventus. Secondo una proiezione più che ragionevole, sarebbe andata incontro ad una pena un po’ superiore a quella toccata al Milan. A quel punto a nessuno sarebbe venuto in mente di assegnarle lo scudetto revocato alla Juventus. Non solo. Sottoposta ad un trattamento simile agli altri club colpevoli, difficilmente l’Inter avrebbe potuto permettersi il lusso di saccheggiare la rosa della Juventus, come in realtà è accaduto. Inoltre, gravata da una forte penalizzazione, non avrebbe vinto a mani basse il titolo del 2006-07 ai danni della Roma. Non basta. Spazzata via la Juventus, messo il Milan all’angolo per colpa dei traffici di Meani, l’Inter si è fregiata abusivamente del titolo di club degli onesti. Grazie a questa presunta superiorità morale, si è ritrovata ad esercitare il ruolo di guida del calcio italiano, ricevendone in cambio indubbi vantaggi. I lettori ricorderanno i nostri interventi appassionati su TS negli anni dei duelli tra Inter e Roma. Allora denunciavamo la sostituzione del blocco di potere rappresentato da Moggi con un altro favorevole all’Inter. Ne scaturì, tra le altre cose, il campionato 2007-08, vinto dall’Inter soltanto grazie alla più incredibile serie di errori arbitrali a suo favore mai vista nella storia del calcio italiano.
La dura relazione di Palazzi ci dà qualche speranza per quel che concerne la revoca dello scudetto del 2006. Non crediamo che il Consiglio federale avrà il coraggio di confermare l’attribuzione all’Inter dopo che sono emerse responsabilità tanto gravi da parte dei nerazzurri. Non lascia speranze, invece, sull’avere giustizia. I tifosi della Juventus sbagliano quando sostengono che i comportamenti di Moggi erano censurabili ma erano i comportamenti di tutti e chiedono l’assoluzione del loro club. Moggi ha commesso reati sportivi gravissimi ed è stato giustamente radiato e la Juventus giustamente punita. Hanno ragione, invece, quando lamentano il fatto che l’Inter l’ha fatta franca. E’ vero. Alla fine di questa brutta storia al massimo il club di Moratti avrà uno scudetto in meno. Ma sarà sfuggito ad ogni punizione e i vantaggi goduti nell’era post Calciopoli passeranno in cavalleria. A meno che…
Massimo Moratti ha reagito malissimo alla relazione di Palazzi. Ha ribadito, non si capisce su quali basi, la superiorità morale dell’Inter. E’ davvero convinto che l’Inter non abbia commesso nessuna scorrettezza e che tutto quello che la sua squadra ha avuto negli ultimi anni sia perfettamente legittimo e meritato? Bene, rinunci – come tra le righe lo ha invitato a fare lo stesso Palazzi – alla prescrizione e consenta agli organi di giustizia federale di processare l’Inter, esattamente come è accaduto a Juventus, Milan, Fiorentina e Lazio. Se i suoi comportamenti e quelli della dirigenza nerazzurra sono stati corretti ne uscirà definitivamente legittimato. Ma se non è intenzionato a fare questo passo, almeno la smetta di dare arroganti lezioni di morale, come è accaduto nei giorni scorsi nella querelle con la Gazzetta dello Sport. Rinunci alla prescrizione. Altrimenti accetti l’idea di essere considerato un furbo colto con le mani nel sacco. Esattamente come tutti gli altri.

martedì 5 luglio 2011

TRA ARGENTINA E BRASILE PUO’ GODERE L’URUGUAY

Pubblicato su TS il 5 luglio 2011


Le vicende del calcio mercato estivo quest’anno si intrecciano con un’edizione molto attesa della Copa America. Al di là dei contenuti specifici, si tratta di una vetrina eccezionale in cui il Sudamerica mette in mostra il meglio della propria produzione. Il torneo, quindi, assume un’importanza notevole per quasi tutti i club europei più importanti che si apprestano a fare acquisti oltre oceano. Sul piano tecnico e storico si tratta di una edizione assai interessante della Copa. Intanto perché una delle due nazionali che guidano l’albo d’oro con quattordici vittorie a testa, Argentina e Uruguay, hanno la possibilità di acciuffare il primato solitario. In questo senso è particolarmente attesa l’Argentina che gioca in casa e non vince questa coppa dal moltissimi anni. Quanto al Brasile, dominatore assoluto di quasi tutte le ultime edizioni, continua il tentativo di rimonta nella graduatoria, essendo in colpevole ritardo dopo aver snobbato la competizione per troppi anni.

Nel girone A non è stato positivo l’esordio dei padroni di casa. Contro la modesta Bolivia gli argentini si aspettavano una vittoria limpida che, al contrario non è arrivata. Il tecnico Batista ha puntato inizialmente sul trio d’attacco Lavezzi, Messi, Tevez. Hanno deluso tutti. Non è un caso se il risultato è stato recuperato nella ripresa con l’innesto di Aguero e Di Maria. Il primo, in particolare, è stato autore di un gol davvero spettacolare. Al di là delle scelte tattiche di Batista, destinate comunque a far discutere, resta insoluto il dilemma Messi. Il giocatore più forte del mondo, capace di giocate addirittura inverosimili per la loro bellezza ed efficacia quando indossa la maglia del Barcellona, in nazionale non brilla quasi mai. Intendiamoci, anche contro la Bolivia la squadra si rianimava solo quando lui toccava la palla. Tuttavia, la mancanza di un’organizzazione di gioco perfetta, come quella del Barça, non lo mette in condizione di dare il meglio. Si sente sempre più spesso paragonare Messi a Maradona. Sul piano squisitamente tecnico e delle giocate il paragone ci sta tutto. Su un punto la Pulce è ancora molto lontana dal Pibe de Oro. Anche quando era affiancato da compagni di squadra non eccezionali, in nazionale Maradona era capace di vincere le partite da solo. In questo senso, il Mondiale del 1986 resta impareggiabile. Ma c’è di più. Aveva carisma, esercitava al punto la leadership da farsi trascinatore unico dei suoi. Messi questa qualità non ce l’ha. Sarà per il fatto di non essere cresciuto calcisticamente in Argentina ma nelle giovanili del Barcellona, sarà solo per un fatto caratteriale, resta il fatto che stenta a proporsi come capo carismatico della sua nazionale. E’ per questi motivi che quando indossa quella maglia appare solo un lontano parente del fuoriclasse che apprezziamo in Europa. Nel girone dell’Argentina, a parte la Bolivia che con questo pareggio può sperare nel miracolo qualificazione, da seguire la Colombia che vanta qualche giocatore di ottimo livello. Su tutti il Falcao del Porto fresco vincitore dell’Europa League, oltre agli “italiani” Zapata, Armero, Zuniga, Yepes e Cuadrado.

Non è stato felice nemmeno l’inizio del Brasile nel girone B. Contro un Venezuela abile a proporre una gara difensiva, la nazionale verdeoro ha steccato. Il trio offensivo Pato, Neymar, Robinho ha mostrato polveri bagnate. Solo qualche lampo per il quotatissimo Neymar, anche se il più pericoloso è apparso Pato che ha colpito una traversa. Questo Brasile, che appare tutto proiettato nella ricerca del gruppo migliore per il mondiale casalingo del 2014, non convince del tutto. Sembra non esserci la giusta coesione tra il gruppo degli anziani affermati (Julio Cesar, Maicon, Daniel Alves, Lucio, Thiago Silva, Robinho) e la cosiddetta “generazione 90”, ossia i giovanissimi talenti emergenti (Neymar e Lucas su tutti). Per Menezes il lavoro non sarà facile. A questo punto anche la qualificazione è tutta da guadagnare. Il Paraguay, infatti, appare formazione ben solida, priva magari di fuoriclasse assoluti, ma dotata di una buona organizzazione di gioco. Lo stesso Ecuador potrebbe trovare nuovi stimoli dopo aver fallito la qualificazione all’ultimo mondiale.

Nel girone C segnaliamo sempre volentieri l’Uruguay di Oscar Washington Tabarez. Reduce da un mondiale sudafricano eccezionale, in cui forse avrebbe meritato di giocarsi la finale, la Celeste ha tutte le carte in regola per disputare una grande Copa America. Forlan, dopo un campionato deludente con l’Atletico Madrid, avrà voglia di rifarsi, mentre scalpitano Cavani e Suarez, attaccanti in fortissima ascesa. Il resto dei reparti forse non è irresistibile, ma il vecchio Tabarez sa come fare calcio presentando una nazionale degna di questo nome. Come faccia, poi, un paese con nemmeno tre milioni e mezzo di abitanti a sfornare squadre sempre così competitive a livello di nazionali, rimane un mistero imperscrutabile. Anche per questo, l’Uruguay resta la nostra out-sider preferita per la vittoria finale. Molto interessante sarà seguire anche il Cile, ricco di talenti emersi nella nostra serie A. Su tutti Alexis Sanchez