martedì 15 gennaio 2013

IDEE CHOC: INTERVISTA A RAFFAELE GUARINIELLO

La mia intervista esclusiva al giudice Raffaele Guariniello, uscita in questi giorni sul periodico belga Sport et Vie. Il giudice si confessa senza censure sul doping, sulle inchieste da lui condotte, sulla recente deriva del calcio italiano. Il reportage è completato da due approfondimenti sull'inchiesta Sla e sul processo per doping alla Juventus.

Di seguito le immagini dell'originale uscito su Sport et Vie. A seguire la versione in italiano, completa di quelle piccole parti sacrificate per ragioni di spazio.
 





Non va in vacanza da trenta anni. L’ultima quando i suoi figli erano piccoli. Dorme appena quattro ore per notte. Passa la totalità del suo tempo negli uffici della procura di Torino. Solo una pausa, dalle 20 alle 21,30, per andare in palestra e tenersi in forma. Se pensate che alla sua età, 71 anni, faccia solo un po’ di leggero lavoro aerobico, sbagliate di grosso. Solo attività pesante: macchine, attrezzi, muscoli. Sistematico ed implacabile, come nel suo lavoro di magistrato. Raffaele Guariniello, originario di Salerno da parte di padre e di madre  piemontese, da tempo ormai è diventato tra i giudici più famosi e temuti d’Italia. A vederlo e parlarci non si direbbe. Uomo estremamente colto, dedito allo studio oltre che al lavoro, amante della poesia e della cultura francofona. Quando i figli erano adolescenti, passava serate intere con loro a leggere Le Monde in francese per fargli capire gli avvenimenti internazionali. Un mite intellettuale, potrebbe sembrare. Invece, è tra i giudici che negli ultimi anni hanno seguito con maggiore ostinazione e preparazione alcune tra le inchieste che hanno maggiormente colpito l’opinione pubblica italiana e internazionale.

Per anni ha condotto inchieste sulle morti sul lavoro, sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Con determinazione ha perseguito quelle aziende che, seguendo unicamente la logica del risparmio e del profitto, hanno messo a repentaglio la salute dei cittadini. Poi, nel 1998, per lui è arrivata una notorietà improvvisa ed inattesa. A determinarla l’apertura della discussa inchiesta sul doping nel calcio resa possibile dalle denunce mediatiche dell’allenatore Zdenek Zeman che avevano come principale obiettivo la Juventus e il presunto abuso di farmaci. Il calcio in Italia, si sa, è uno sport estremamente popolare e la Juventus è il club col maggior numero di tifosi: 14 milioni. E’ bastato che il suo nome venisse accostato al club bianconero per trasformarlo nel personaggio più seguito e discusso d’Italia. Un persecutore, il nemico numero uno per i tifosi della Juventus. Un eroe, il difensore dello sport pulito per i supporters di tutte le altre squadre. Un esito beffardo per uno che si professa da sempre tifoso della Juventus e che aveva Omar Sivori come idolo sportivo dell’infanzia.

Da allora è rimasto ininterrottamente sotto la luce dei riflettori, non solo per il processo alla Juventus. Da quelle prime indagini, negli anni seguenti sono nati altri filoni d’inchiesta, il più importante dei quali è quello, ancora aperto e tutto da scandagliare, del rapporto tra doping e malattie nel mondo del calcio, prima fra tutte la Sla. Non solo. Da quel momento è diventato un vero e proprio punto di riferimento per tutti i cittadini che desiderano segnalare abusi, irregolarità o addirittura crimini, in tema di sicurezza sul lavoro. Innumerevoli sono le segnalazioni che riceve quotidianamente dalle persone comuni che finiscono immancabilmente con l’apertura di altrettante inchieste. Indagini che segue di persona, senza trascurare nulla, lavorando fino a 18 ore al giorno.

Ma, sport a parte, il processo che lo ha visto maggiormente protagonista e che può essere considerato la sua più grande vittoria è quello all’acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 in quello stabilimento una fuoriuscita di olio bollente ha generato una fiamma che ha provocato la morte di ben sette operai e il ferimento grave di numerosi altri lavoratori. In seguito a quel tragico avvenimento Guariniello ha condotto in tempi da record un’inchiesta durata meno di tre mesi. In seguito, il processo – cominciato nel gennaio del 2009 – si è concluso con la condanna dei vertici della ThussenKrupp, a conferma della correttezza delle sue tesi accusatorie.

Al di là della sua concreta attività di magistrato, Guariniello in questi anni si è distinto anche per le sue acute riflessioni sul mondo dello sport. Molto interessanti anche i suoi suggerimenti in relazione a quella che dovrebbe essere l’evoluzione dei criteri di indagine di magistrati e forze dell’ordine nell’azione repressiva dell’attività criminale legata allo sport. Per questo motivo Sport et Vie ha deciso di incontrarlo, perché ci aiuti a capire l’attuale deriva dello sport sia in Italia che a livello internazionale.

Dottor Guariniello, molti registrano una regressione del fenomeno doping nel ciclismo. Cosa ne pensa e se ne rallegra?
“In effetti questa è la sensazione generale. In questo senso, il caso Armstrong ne è la dimostrazione. Devo dire che per certi versi il ciclismo è stato lo sport più colpito dal fenomeno doping ma anche quello che ha affrontato il problema con maggiore serietà e determinazione. Anzi molti esponenti del mondo del ciclismo si lamentano del fatto che altri sport non sono stati sottoposti agli stessi controlli seri. Questa non può essere una giustificazione, ma devo dire che c’è del vero in questa lamentela. Anche negli altri sport bisognerebbe agire con la stessa determinazione”.

Cosa pensa delle inchieste sul doping nel ciclismo?
“In assoluto sono quelle che sono riuscite ad andare più a fondo. Nel caso del ciclismo, però, è stato assai più semplice accertare le responsabilità perché l’utilizzo delle sostanze dopanti è più rudimentale. In altri sport dove girano molti soldi, come ad esempio il calcio, il doping è molto più raffinato, il suo utilizzo è più nascosto e difficile da individuare. Per esempio, un conto è scoprire il doping nelle gare amatoriali di ciclismo, molto più difficile scoprire quello che non va negli sport iper-professionistici. Noi in Italia abbiamo fatto molte inchieste ma io non sono ancora soddisfatto. Si potrebbe fare di più”.

Come ha vissuto a suo tempo la notizia della morte di Pantani?
Ci sono rimasto molto male. Al pari di tutti gli appassionati di sport, avevo in mente le sue imprese. E’ stato un dramma umano incommensurabile che mi fa dire che gli sportivi vanno tutelati”.

Come giudica, invece, le inchieste sul doping nel calcio?
“Difficile dire quanto doping esista nel calcio. Uno può dirlo solo al termine di un’indagine. In questo senso, non è che se ne facciano molte e gli elementi per giudicare sono pochi. Quello che posso dire è che il doping è molto avanzato mentre spesso i metodi utilizzati per scoprirlo sono antiquati. Grandi strutture sportive, con molte risorse economiche a disposizione, sanno bene come sfuggire a questi controlli. Servirebbe un’attività di investigazione giudiziaria molto più intensa per poter scoprire davvero cosa accade. Serve più giustizia penale. Ricorda il caso dei laboratori antidoping del Coni? Venivano effettuati migliaia di controlli e mai un caso di positività. Dopo lo scoppio dello scandalo, improvvisamente si scoprirono numerosi casi di positività al nandrolone. Poi di nuovo più niente. Segno che i sistemi per accertare il doping non sono efficaci. ”.

Ripensando alla sua inchiesta, cosa sappiamo della relazione tra calcio e sla?
“Penso che ne sappiamo ancora troppo poco. Sarebbe estremamente utile sapere che relazione esista tra calcio e Sla anche in altri paesi. Servirebbe che indagini simili alla nostra venissero fatte altrove. Balgio, Francia, Inghilterra, Spagna e così via. Ma pare che nessuno in questi paesi indaghi in questa direzione. Purtroppo le organizzazioni internazionali non prendono iniziative. Ho più volte segnalato il problema a Fifa e Uefa ma senza troppi risultati. Ho notato una notevole resistenza. Molti pensano che si voglia criminalizzare il calcio. Ma non è questo. Si tratta di un fenomeno epidemiologico e per questo va indagato. Nel calcio, poi, esiste quello che io definisco “doping scientifico”. Nel senso che non si utilizzano semplicemente i farmaci inseriti nella lista di quelli proibiti. Al contrario, sono così intelligenti e raffinati da utilizzare solo farmaci autorizzati ma che usati opportunamente consentono di ottenere lo stesso effetto del doping. Per individuare queste pratiche e per valutare l’impatto sulla salute degli atleti, ancora una volta, servono metodi di indagine diversi, più sofisticati”.

Cosa pensa dell’atteggiamento generalmente infastidito che hanno i protagonisti del mondo del calcio nei confronti di questo tema?
“Penso che sia normale. Prenda il caso dell’Ilva di Taranto. Tutti gli studi dimostrano che la presenza di quella fabbrica ha una ricaduta molto grave sulla salute degli abitanti di quella città. Eppure i lavoratori manifestano e protestano contro la sua chiusura, vogliono mantenere il posto di lavoro. Nello sport siamo ad un livello molto diverso. Ma anche i calciatori tengono molto al loro lavoro, alla visibilità, al successo, ai soldi. Quindi reagiscono male a queste indagini e collaborano poco. Non li giustifico però li capisco”.

Su quali inchieste sta lavorando attualmente?
“Stiamo conducendo alcune inchieste sul ciclismo amatoriale e sul fenomeno del body building. Poi altre indagini sulle quali ho l’obbligo della riservatezza”.

Ha mai subìto delle pressioni? Se si quali?
“In Italia per fortuna esiste la completa autonomia del pubblico ministero rispetto al potere politico. Quindi è difficile che la sua attività sia ostacolata. In questo senso, sono andato avanti liberamente per la mia strada. Certo è che il potere politico, se vuole, può renderti la vita difficile”.

Cosa servirebbe a livello internazionale per combattere efficacemente il doping?
“Una nuova organizzazione giudiziaria a livello europeo. Non so quanto lo sanno, ma i trattati europei prevedono la creazione del pubblico ministero europeo. La verità è che è impossibile combattere il doping in un solo paese. I criminali superano agevolmente i confini nazionali, i magistrati no. Da troppi paesi non arrivano risposte. Servono nuove forme di indagine e nuovi metodi. Anche perché continuando così rischiamo di colpire sempre il singolo atleta e mai le organizzazioni che ci sono dietro”.

Cosa pensa del fenomeno degli scandali legati alle scommesse sportive?
“Per me è difficile giudicare. Ci sono delle indagini in corso ed è necessario attendere per esprimere un parere. Posso dire che il calcio è un mondo molto sensibile ed esposto a fenomeni criminali. Le autorità sportive e giudiziarie dovrebbero agire con maggiore energia. Va anche detto, però, che a livello internazionale l’Italia è visto come un paese all’avanguardia su questo terreno. All’estero si fa molto meno”.

Cosa pensa della dichiarazione di Sandro Donati secondo la quale esiste un legame tra le mafie e l’industria dello sport? Alcuni sostengono che voglia distruggere lo sport?
“Stiamo parlando di un grande esperto. Il legame di cui parla va esplorato e studiato con molta serietà. In ogni caso stimo al punto Donati che stiamo organizzando dei corsi di formazione per magistrati in tema di doping. Sono tanti i colleghi che si stanno interessando a questi temi”.

Il film Viva Zapatero della Guzzanti mostra come l’organizzazione di un Mondiale possa essere l’occasione per sprecare denaro pubblico. L’eurodeputata tedesca Rebeccas Harms ha parlato dell’Europeo in Ucraina come la più grande truffa della storia. Che ne pensa?
“Non conosco precisamente questa materia. Ma questo tipo di rischio esiste e dunque il fenomeno va studiato e anche indagato seriamente sul piano giudiziario”.

Da anni associazioni come Codacons chiedono una moratoria per il Giro d’Italia. In occasione di Scommessopoli il premier Monti è arrivato a chiedere l’interruzione temporanea dell’attività calcistica. Cosa pensa di queste proposte? Possono essere efficaci?
“No. Amo troppo lo sport per pensare che fermarlo possa essere una misura efficace. Al contrario, dobbiamo lasciare che lo sport segua la sua attività e al tempo stesso dobbiamo lavorare perché torni sulla strada giusta. Non va assolutamente fermato. La stessa frase del premier Monti va letta come una provocazione che aveva lo scopo di favorire la soluzione dei problemi”.

Doping, gare truccate, scommesse. Cosa prevede per il futuro? Come intervenire?
“Il calcio ed altri sport muovono tanti interessi economici che qualche volta sono in contrasto con quelli sportivi. Questo però non significa che lo sport sia necessariamente un fenomeno criminale. Dobbiamo combattere le degenerazioni e salvare lo sport. Con nuove organizzazioni giudiziarie e nuovi metodi di indagine possiamo riuscirci”.

Sentendola parlare pare di capire che lei sia un appassionato di sport.
“Si lo sono. Da ragazzo praticavo molto il calcio. Adesso vado regolarmente in palestra”.

Ha una squadra del cuore?
“Si. Per quanto possa sembrare strano, sono tifoso della Juventus. Soprattutto da ragazzo andavo sempre allo stadio non perdevo una partita”.






 
INCHIESTA SULLA SLA

Uno dei più importanti contributi del giudice Guariniello è stato senza dubbio la lunga inchiesta, ancora aperta, sulla relazione tra calcio e Sla. Si tratta di un filone specifico della più vasta inchiesta sul doping. Gli esperti da lui interpellati alla fine degli anni ’90 esaminarono 24 mila calciatori italiani ed esteri, individuando 270 casi di morti sospette. Sulla base delle percentuali di decessi causati dal morbo di Gehrig nella popolazione normale, ci si sarebbe aspettati un risultato di 0,3 casi sul totale. Invece risultarono 13 morti. Una percentuale oltre quaranta volte superiore al normale. Negli anni seguenti, in seguito ad ulteriori indagini, Guariniello è riuscito ad accertare numerosi altri casi di calciatori o ex calciatori affetti da Sla, per un totale di quasi sessanta unità.

Le indagini di Guariniello hanno contribuito a una prima profonda riflessione sulle cause del morbo. In un primo momento sembrava che la particolare incidenza registrata nel mondo del calcio dipendesse esclusivamente dalle caratteristiche particolari di questo sport che porta gli atleti a subire costantemente ripetuti microtraumi da contrasto. Alla lunga, però, questa spiegazione si è rivelata debole. Sulla base degli interrogatori effettuati, è emerso come in tutti i casi analizzati non abbiano avuto un ruolo secondario le infiltrazioni intramuscolari effettuate, soprattutto negli anni ‘70, senza valutare gli effetti collaterali di lungo periodo. Nel 2004 uno studio della Commissione scientifica del Coni ha affermato che esiste una connessione diretta tra l’uso di particolari sostanze e la Sla. Va detto, però, che questa ipotesi non ha trovato conferme certe.

Le morti sospette nel calcio non riguardano solo la Sla ma altre malattie tra cui quelle cardiache, renali e la leucemia. In questi casi il sospetto di un legame diretto tra l’uso di sostanze proibite e le morti di ex atleti ancora nel pieno degli anni è fortissimo. Clamoroso il caso della Fiorentina degli anni ‘70, una squadra che sembra stata vittima di una maledizione, visto che di quei giocatori ben pochi sono i sopravvissuti.
Negli ultimi anni l’inchiesta di Guariniello ha consentito di individuare un ulteriore possibile causa della Sla: l’uso di pesticidi e fertilizzanti utilizzati per il prato dei campi di calcio. Questa ipotesi troverebbe conferma in una scoperta molto interessante. Il magistrato torinese, infatti, nel 2011 ha accertato 123 casi di Sla tra i contadini, categoria di lavoratori che ha fatto registrare una percentuale di ammalati simile a quella dei calciatori e che normalmente è esposta allo stesso tipo di sostanze tossiche. Come lo stesso Guariniello ha dichiarato, è necessario indagare ancora. L’inchiesta va avanti.






 
PROCESSO DOPING ALLA JUVENTUS

L’inchiesta di Raffaele Guariniello che ha creato più scalpore e polemiche è stata quella sul doping nel calcio, sfociata poi nel processo alla Juventus. Tutto cominciò con un’intervista dell’allenatore dell’AS Roma Zdenek Zeman che il 13 agosto 1998 in un’intervista tuonò “fuori il calcio dalle farmacie”. L’allenatore ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente un fenomeno di cui nel mondo del calcio parlavano in molti ma solo in privato: l’abuso di farmaci. L’attenzione si concentrò immediatamente sulla Juventus, soprattutto perché Zeman nella sua intervista aveva fatto riferimento all’insolita crescita muscolare di giocatori come Vialli e Del Piero. Inoltre, destò qualche sospetto la presenza nello staff bianconero di due collaboratori, l’olandese Kraajienhof e lo spagnolo Llaich, in passato associati, secondo la testimonianza dell’esperto Sandro Donati, a pratiche di doping. Sulla base di questi ed altri elementi, Guariniello, che da anni si occupava di inchieste sulla salute e la sicurezza dei cittadini, cominciò ad indagare.

Nel maggio del 2000, dopo quasi due anni di indagini, Guariniello chiuse l’inchiesta. Di lì a poco scattò l’avviso di garanzia per Antonio Giraudo, amministratore delegato del club, e per Riccardo Agricola, capo dello staff medico. L’accusa più importante fu la frode sportiva. A questa se ne aggiunsero altre quattro: violazione della legge 626 sulla salute dei lavoratori, somministrazione di farmaci pericolosi, infrazioni alla legge anti-Aids relativa ai test effettuati dai calciatori, ricettazione collegata all’abuso di farmaci fuorilegge. Secondo Guariniello, ai giocatori venivano somministrati medicinali per scopi diversi da quelli previsti dal Ministero della sanità. Successivamente si utilizzavano ulteriori farmaci per ridurre gli effetti collaterali dei primi e prevenire le eventuali intossicazioni.

Al termine del processo la sentenza: condanna di un anno e dieci mesi per il medico Agricola, assoluzione per Giraudo. Il processo di appello ribaltò la sentenza di primo grado proclamando tutti innocenti. Nel terzo grado di giudizio, infine, la Cassazione confermò la prima sentenza, dunque la condanna per il medico Agricola.

L’inchiesta di Guariniello coinvolse anche l’altro club cittadino, il Torino. L’ex presidente Massimo Vidulich, l’ex amministratore delegato Davide Palazzetti e il medico sociale Roberto Campini, dovettero subire un processo con capi d’imputazione simili. Palazzetti fu condannato a sei mesi di reclusione, assolti gli altri.



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